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Abbazia di San Vincenzo al Volturno: gli affreschi

L’ Abbazia di San Vincenzo al Volturno ha una storia antica ed un’origine longobarda. Nel 703, infatti, tre giovani nobili beneventani – Paldo, Taso e Tato – l’avrebbero fondata dove già esisteva un oratorio dedicato a San Vincenzo di Saragozza voluto addirittura dall’imperatore Costantino. A questo luogo i tre giovani sarebbero giunti seguendo un consiglio del tutto particolare. Quello di Tommaso di Moriana, abate della potente Abbazia di Farfa.

Un consiglio avveduto che avrà certamente considerato diversi fatti. La posizione favorevole nei pressi delle fonti del Volturno, la fertilità della zona e, magari, anche la potenza politica del Ducato di Benevento nel cui territorio si trovava.

A tali origini non poteva che seguire un’affermazione importante. Così, in quei complessi secoli che precedettero l’anno mille, l’ Abbazia di San Vincenzo al Volturno divenne una potenza politica ed economica non meno delle sue omologhe Montecassino e Farfa.

Abbazia di San Vincenzo al Volturno: la storia

I suoi possedimenti si estendevano in molte regioni dell’Italia centro-meridionale e con essi crebbero anche le dimensioni dell’insediamento originario. Un’abbazia fortificata con accanto un abbazia di san vincenzo al volturno cripta di epifanio affreschivillaggio ed una popolazione che nel complesso superava probabilmente le mille anime.

L’insediamento conteneva nove chiese. Tra di esse una basilica (San Vincenzo Maggiore) di dimensioni ed architettura imponenti. Ma anche opifici che permettevano ai monaci di produrre e commerciare manufatti di grande valore artistico grazie alla competenza nella fusione del bronzo e nella lavorazione del vetro.

Poi, nel 881, arrivarono i Saraceni. Dopo una distruzione che accomuna San Vincenzo, anche questa volta, a Montecassino e Farfa, i monaci vi tornarono solo trent’anni più tardi. Diminuiti nel numero, decisero di costruirsi una realtà più a loro misura sulla riva opposta (la destra) del Volturno (San Vincenzo Nuovo). Per farlo, smontarono e riutilizzarono San Vincenzo Maggiore. Siamo nel 1114 ma la storia di San Vincenzo è ormai segnata da un inesorabile declino.

Sebbene la storia di San Vincenzo sia affascinante, la nostra visita ha un motivo artistico. Infatti, qui si conserva, quasi intatto, un ciclo di affreschi altomedievali pressoché unico. E’ la Cripta di Epifanio, dal nome dell’abate che la volle negli anni nei quali guidò l’abbazia (824-842).

San Vincenzo al Volturno: la Cripta di Epifanio

La descrizione puntuale degli affreschi presenti nella cripta richiede un saggio e non un articolo. Oltre agli aspetti artistici vanno poi considerati quelli Abbazia di San Vincenzo al Volturno affreschi cripta di Epifanioteologici. Infatti, Ambrogio Autperto, precettore di Carlo Magno e poi suo cancelliere, abbracciata la sua vocazione, nel 777 divenne abate proprio di San Vincenzo al Volturno. Ambrogio scrisse un commento all’Apocalisse di San Giovanni che ispirò Epifanio nella concezione del ciclo di affreschi della cripta. E’ probabile, poi, che la cripta contenesse anche la tomba di Epifanio. Una tomba particolare, ne vedete i resti sotto l’affresco dell’Annunciazione, dove il corpo era in posizione seduta. Quella è anche la posizione dalla quale il ciclo di affreschi andrebbe osservato: come li avrebbe visti Epifanio dopo la sua morte.

Non secondaria è poi l’illuminazione della cripta che avviene attraverso due finestrelle. Ciascuna indirizza la luce in modo particolare, in primis quella collocata verso l’esterno (l’altra affacciava sull’interno della chiesa).

Il Ciclo degli affreschi

La cripta ha la forma di una croce e, girando lungo il suo perimetro, i principali affreschi sono disposti come segue. Si accede dalla fine del braccio sinistro e, di fronte, il primo affresco rappresentaabbazia san vincenzo volturno cripta epifanio affreschi quattro sante vergini. Poi, proseguendo lungo il perimetro, nell’abside formata dalla parte alta del braccio verticale della croce, sono raffigurati sui due lati due arcangeli per parte. Al centro l’Angelo giudicatore, ovvero il Cristo. Al di sotto, due aquile.

Proseguendo lungo il “transetto” (ovvero il braccio orizzontale di destra della croce), il martirio di San Lorenzo e quello di Santo Stefano. Di fronte, in una nicchia, Cristo risorto tra i santi Stefano e Lorenzo. Poi la grande Crocifissione con Maria e Giovanni. Ai piedi della croce, l’Abate Epifanio. A questo punto, vi troverete nella “contro-abside” formata dalla parte bassa del braccio verticale della croce. Qui vi è la tomba appartenuta, si pensa, ad Epifanio. Sopra di essa, l’Annunciazione con la finestrella che collegava cripta e chiesa. A sinistra dell’Annunciazione, la Natività mentre a destra Salomè e Zelomi. Poi, Maria Regina.

Ma le volte della cripta sono, forse, teologicamente, ancor più importanti delle pareti. Quella del braccio orizzontale della croce ha, proprio in corrispondenza dalla finestra esterna, la Mano dell’Eterno. Essa rappresenta la luce divina che entra nella Cripta. La luce raggiunge così il centro della croce (cioè della cripta) dove, nella volta, è rappresentato il Cristo con in mano il libro dell’Apocalisse (il Cristo della Verità Rivelata), e prosegue poi verso la volta sopra l’ingresso dove si trova San Giovanni messo in corrispondenza con il Cristo e dunque con la verità rivelata (l’Apocalisse). La volta dell’abside formata dalla parte alta della croce è ornata con l’affresco di Maria Madre di Dio che dunque è in asse con il Cristo della Verità Rivelata.

Gli affreschi visti da Epifanio

Se la tomba presente nella cripta è veramente quella di Epifanio (il cui nome significa rivelazione della divinità), con il morto seduto e non disteso, allora è il caso di fare attenzione a cosa si veda da quella particolare posizione.

Dice Franco Valente nel suo libro “San Vincenzo al Volturno architettura ed arte” (Montecassino 1995): “…Ci si accorge così che in quell’ambiente non esistono altri punti dai quali poter vedere correttamente e contemporaneamente Maria Madre di Dio ed il Cristo della Verità rivelata… Al di sotto di essa (della Vergine, ndr), proprio di fronte alla sepoltura, il clipeo imperiale evidenzia l’arrivo dell’Angelo-Cristo Vendicatore con il Sigillo del Dio Vivente mentre a destra e a sinistra si sviluppano le teorie dei santi martiri… Infine, proprio sulla testa del sepolto, diviene dominante la figura del Cristo… mentre gli mostra il libro della Rivelazione. In quella posizione, dunque, il personaggio sepolto… aveva la possibilità di anticipare la visione finale del Giudizio, ponendosi in prima fila nell’attesa del ricongiungimento delle spoglie terrene alla sua anima”.

La Cripta di Epifanio e la storia dell’arte

Siamo nell’830 d.C.. L’Italia sconvolta dalle invasioni barbariche prima e dalla guerra gotica (535-553), poi, vede la presenza di potenze contrapposte. L’Esarcato bizantino è caduto nel 751 e abbazia san vincenzo volturno cripta epifanio affreschiproprio in quegli anni (827) i mussulmani hanno attaccato la Sicilia ancora nelle mani di Bisanzio. I franchi sono la potenza egemone in Europa ma in Italia i ducati longobardi resistono. Anzi, per quello che ci interessa, il ducato longobardo di Benevento è al suo culmine.

L’Abbazia di San Vincenzo al Volturno è proprio ai confini tra le aree di influenza franca e longobarda. Carlo Magno le ha dato dignità di abbazia imperiale, e dunque indipendenza. La cripta di Epifanio può quindi raccontarci molto sull’arte di quegli anni.

Quello dell’abbazia è un contesto particolare. Le sue officine sfornano oggetti d’arte applicata di pregio: basti vedere i vetri presso il Museo Archeologico di Venafro. La sua ricchezza è importante: Epifanio avrà certamente cercato maestranze all’altezza della situazione.

Sono passati quasi quattro secoli dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente e la perfezione della sua scultura, la raffinata eleganza dei suoi affreschi sono persi. Sono perse le capacità degli esecutori ma anche le finalità. In questo caso Epifanio non cerca la perfezione estetica ma la rappresentazione del messaggio teologico.

Tra Bisanzio e l’Europa franca

abbazia san vincenzo volturno cripta epifanio affreschiSiamo però di fronte a rappresentazioni diverse da quelle bizantine. Di questi affreschi, Pietro Toesca rilevò: “..la libertà del disegno, l’ampiezza delle forme non ristrette e forzate come in opera di imitatore, il modo nel quale è determinato lo spazio nelle scene”.

Più di una mano, inoltre, può aver dipinto nella cripta e, magari, nell’arco di qualche anno. Vi sono però evidenti, momenti felicissimi. Lo sono i lapidatori di Santo Stefano: figure di un accentuato dinamismo. Come anche i carnefici di San Lorenzo e come l’angelo che scende dal cielo a suo conforto.

Un dinamismo che ritroviamo anche nell’arcangelo Gabriele nell’Annunciazione: nella tunica, nelle gambe, nel gesto del braccio. Il viso del Cristo Risorto cerca un contatto, un’espressione, con le labbra carnose forse dischiuse.

Qualche decennio dopo a San Vincenzo arriveranno i Saraceni e la distruzione. Ma la Cripta di Epifanio sopravvive per raccontarci di un mondo che, toccato il fondo, ha ritrovato in sé la forza per rinascere.

Consulta anche il sito della Soprintendenza Abbazia San Vincenzo al Volturno

e leggi l’articolo di Franco Valente – La Cripta di Epifanio

Guarda il servizio dedicato a San Vincenzo al Volturno da RAI Storia:

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.