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La Camera dei Giganti: opera di pennello orribile e spaventosa…

La Camera dei Giganti a Palazzo Te con gli affreschi della Gigantomachia di Giulio Romano è uno spettacolo indimenticabile che rivaleggia con la suntuosa Sala dei Cavalli per la palma di epicentro della splendida residenza dei Gonzaga a Mantova.

Giulio Romano (Roma 1499 – Mantova 1546) la realizza negli anni tra il 1532 e il 1535, ovvero presso che in contemporanea ad un momento del quale la Battaglia dei Giganti vuole essere la celebrazione.

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Giulio Romano – Camera dei Giganti – L’Olimpo

Camera dei Giganti a Palazzo Te tra storia e mito

Il mito della Gigantomachia o Battaglia dei Giganti narra lo scontro tra i Giganti e gli dei dell’Olimpo. I primi, figli della Terra, furono da questa incoraggiati allo scontro onde vendicarsi della sorte dei Titani sconfitti da Giove e segregati nel Tartaro.

In realtà, se gli Dei dell’Olimpo rappresentano la civiltà e l’ordine, i giganti rappresentano il loro opposto. Dunque un elemento negativo che contrasta l’affermazione di valori positivi.

Nel nostro caso, Giove vincitore dei Giganti è Carlo V d’Asburgo (1500-1558), colui che reggeva l’impero sul quale non tramontava mai il sole ed al quale i Gonzaga erano vicini. Carlo V fu a Mantova sia nel 1530 che nel 1532 e la Camera dei Giganti vuole appunto rendergli omaggio.

La struttura della Sala dei Giganti

Come spesso accade nella storia dell’arte italiana, è perfettamente inutile sforzarsi a descrivere qualcosa che Giorgio Vasari ha già spiegato meglio di chiunque altro… Così a seguire vi riporto quanto Vasari scrive della Camera dei Giganti nella vita di Giulio Romano.

In termini pratici e in sintesi, l’ambiente venne realizzato ex novo e apposta per ospitare la Gigantomachia costruendo un contenitore che in qualche misura richiamasse la cavità di un vulcano al di sopra della cui bocca si scorge l’Olimpo con i suoi dei.

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Giulio Romano – Camera dei Giganti – Ercole

Il doppio registro: Raffaello e il grottesco

Giulio Romano era l’allievo prediletto di Raffaello e, se guardiamo la rappresentazione dell’Olimpo, la vicinanza tra i due è evidente. Pensate un attimo al banchetto degli dei nella Loggia di Villa Farnesina.

I Giganti, invece, rappresentano il grottesco, l’eccessivo. Sono il contrario: la rudezza che si oppone alla raffinatezza anche se, dal punto di vista artistico, questa rudezza è affascinante.

La Camera dei Giganti di Palazzo Te nel racconto del Vasari

Ed ecco a seguire la narrazione del divo Giorgio, come sempre insuperabile… (i titoli e gli a capo sono inseriti per facilitare la lettura a video).

“Passata questa loggia grande lavorata di stucchi e con molte armi et altri varii ornamenti bizzarri, s’arriva in certe stanze piene di tante varie fantasie che vi s’abaglia l’intelletto; perché Giulio, che era capricciosissimo et ingegnoso, per mostrare quanto valeva, in un canto del palazzo che faceva una cantonata simile alla sopra detta stanza di Psiche, disegnò di fare una stanza la cui muraglia avesse corrispondenza con la pittura, per ingannare quanto più potesse gl’uomini che dovevano vederla.

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Giulio romano – Giove e Giunone – Palazzo Te, Mantova

La struttura

Fatto dunque fondare quel cantone, che era in luogo paduloso, con fondamenti alti e doppi, fece tirare sopra la cantonata una gran stanza tonda e di grossissime mura, acciò che i quattro cantoni di quella muraglia dalla banda di fuori venissero più gagliardi e potessino regger una volta doppia e tonda a uso di forno.

E ciò fatto, avendo quella camera cantoni, vi fece per lo girare di quella a’ suoi luoghi murare le porte, le finestre et il camino di pietre rustiche a caso scantonate e quasi in modo scommesse e torte, che parea proprio pendessero in sur un lato e rovinassero veramente.

La rappresentazione dell’Olimpo

E murata questa stanza così stranamente, si mise a dipignere in quella la più capricciosa invenzione che si potesse trovare, cioè Giove che fulmina i giganti; e così figurato il cielo, nel più alto della volta vi fece il trono di Giove, facendono in iscorto al disotto in su et in faccia e dentro a un tempio tondo sopra le colonne trasforato di componimento ionico e con l’ombrella nel mezzo sopra il seggio, con l’aquila sua, e tutto posto sopra le nuvole; e più a basso fece Giove irato che fulmina i superbi giganti, e più a basso è Giunone che gli aiuta, et intorno i venti che con certi visi strani soffiano verso la terra, mentre la dea Opis si volge con i suoi leoni al terribile rumor de’ fulmini, sì come ancor fanno gl’altri dei e dee e massimamente Venere, che è a canto a Marte e Momo, che con le braccia aperte pare che dubiti che non rovini il cielo, e non di meno sta immobile.

Sala dei Giganti – Parete Nord

Similmente le Grazie si stanno tutte piene di timore, e l’Ore appresso quelle nella medesima maniera. Et insomma ciascuna deità si mette con i suoi carri in fuga; la luna con Saturno et Iano vanno verso il più chiaro de’ nuvoli per allontanarsi da quell’orribile spavento e furore, et il medesimo fa Nettunno, perciò che con i suoi delfini pare che cerchi fermarsi sopra il tridente.

E Pallade con le nove Muse sta guardando che cosa orribile sia quella. E Pan, abbracciata una ninfa che trema di paura, pare voglia scamparla da quello incendio e lampi de’ fulmini di che è pieno il cielo.

Ogni divinità con la sua caratteristica

Apollo si sta sopra il carro solare, et alcune dell’Ore pare che voglino ritenere il corso de’ cavalli. Bacco e Sileno con satiri e ninfe mostrano aver grandissima paura. E Vulcano col ponderoso martello sopra una spalla guarda verso Ercole, che parla di quel caso con Mercurio, il quale si sta allato a Pomona tutta paurosa, come sta anche Vertunno con tutti gl’altri dèi sparsi per quel cielo dove sono tanto bene sparsi tutti gl’effetti della paura, così in coloro che stanno, come in quelli che fuggono, che non è possibile, non che vedere, imaginarsi più bella fantasia di questa in pittura.

La Gigantomachia

Nelle parti da basso, cioè nelle facciate che stanno per ritto, sotto il resto del girare della volta, sono i giganti, alcuni de’ quali, sotto Giove, hanno sopra di loro monti et addosso grandissimi sassi, i quali reggono con le forti spalle per fare altezza e salita al cielo, quando s’apparecchia la rovina loro, perché Giove fulminando, e tutto il cielo adirato contra di loro, pare che non solo spaventi il temerario ardire de’ giganti, rovinando loro i monti addosso, ma che sia tutto il mondo sotto sopra e quasi al suo ultimo fine.

Et in questa parte fece Giulio Briareo in una caverna oscura quasi ricoperto da pezzi altissimi di monti, e gli altri giganti tutti infranti et alcuni morti sotto le rovine delle montagne. Oltre ciò si vede per un straforo nello scuro d’una grotta, che mostra un lontano fatto con bel giudizio, molti giganti fuggire tutti percossi da’ fulmini di Giove e quasi per dovere allora essere oppressi dalle rovine de’ monti come gl’altri.

In un’altra parte figurò Giulio altri giganti, a’ quali rovinano sopra tempii, colonne et altri pezzi di muraglie, facendo di quei superbi grandissima strage e mortalità. Et in questo luogo è posto, fra queste muraglie che rovinano, il camino della stanza, il quale mostra, quando vi si fa fuoco, che i giganti ardono, per esservi dipinto Plutone che con il suo carro tirato da cavagli secchi et accompagnato dalle furie infernali si fugge nel centro.

..non si pensi alcuno vedere mai opera di pennello più orribile e spaventosa..

E così non si partendo Giulio, con questa invenzione del fuoco, dal proposito della storia, fa ornamento bellissimo al camino. Fece oltre ciò Giulio in quest’opera, per farla più spaventevole e terribile, che i giganti grandi e di strana statura (essendo in diversi modi dai lampi e da’ fulgori percossi) rovinato a terra: e quale inanzi e quale a dietro si stanno, chi morto, chi ferito e chi da monti e rovine di edifizii ricoperto.

Onde non si pensi alcuno vedere mai opera di pennello più orribile e spaventosa, né più naturale di questa. E chi entra in quella stanza, vedendo le finestre, le porte et altre così fatte cose torcersi e quasi per rovinare, et i monti e gl’edifizii cadere, non può non temere che ogni cosa non gli rovini addosso, vedendo massimamente in quel cielo tutti gli dii andare chi qua e chi là fuggendo. E quello che è in questa opera maraviglioso, è il veder tutta quella pittura non avere principio né fine, et attaccata tutta e tanto bene continuata insieme senza termine o tramezzo di ornamento, che le cose, che sono appresso de’ casamenti, paiono grandissime, e quelle che allontanano, dove sono paesi, vanno perdendo in infinito.

Una stanza che sembra.. una campagna di paese

Onde quella stanza, che non è lunga più di quindici braccia, pare una campagna di paese; senzaché, essendo il pavimento di sassi tondi, piccioli, murati per coltello, et il cominciare delle mura che vanno per diritto dipinte de’ medesimi sassi, non vi appare canto vivo e viene a parere quel piano grandissima cosa. Il che fu fatto con molto giudizio e bell’arte da Giulio, al quale per così fatte invenzioni deveno molto gl’artefici nostri. Diventò in quest’opera perfetto coloritore il sopra detto Rinaldo Mantovano, perché lavorando con i cartoni di Giulio, condusse tutta quest’opera a perfezzione et insieme l’altre stanze. E se costui non fusse stato tolto al mondo così giovane, come fece onore a Giulio mentre visse, così arebbe fatto dopo morte.

Camera dei Giganti – Palazzo Te

Palazzo Te – Viale Te 13, Mantova MN – https://www.centropalazzote.it/

Biglietteria+39 0376 323266  |  biglietteriemusei@comune.mantova.it

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.

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