La storia della Giuditta con la testa di Oloferne di Artemisia Gentileschi oggi in collezione Fondazione Carit, è una storia tutta di famiglia.
Infatti, Artemisia per dipingerla, siamo intorno al 1640, utilizzò probabilmente un cartone di suo padre Orazio che circa vent’anni prima aveva concepito la scena poi ripresa dalla figlia.
La sorte vuole che quattro secoli dopo noi si disponga ancora di ambedue le tele e dunque il confronto è assai agevole. Quella di papà Orazio si trova oggi al Wadsworth Atheneum (Hartford, Connecticut) ma disponiamo di immagini perfette.

Peraltro, nella collezione della medesima istituzione troviamo anche l’Autoritratto come suonatrice di liuto di Artemisia ma soprattutto il San Francesco in Estasi di Caravaggio. Per gli appassionati del Merisi, il Wadsworth Atheneum custodisce anche la Natura Morta del Maestro di Hartford anch’essa collegata a Caravaggio come potete leggere QUI.
La Giuditta con la testa di Oloferne di Artemisia Gentileschi è più comodamente visibile a Terni ma potrà succedervi di incontrala in qualche mostra come, ad esempio, in Roma Pittrice al Museo di Roma.
Artemisia Gentileschi: Giuditta con la testa di Oloferne
La vicenda di questa tela è ben sintetizzata dalla storica dell’arte Laura Palombaro nella catalogo della mostra Roma Pittrice:
“Il dipinto di Hartford è stato realizzato probabilmente durante il periodo genovese, tra il 1621 e il 1624, dato che la figura di Giuditta aveva fatto da modello per la Giovane donna che suona il violino (1612 ca., Detroit, The Detroit Institute of Art, inv. 52.253). È dunque plausibile l’esistenza di un cartone che, secondo Riccardo Lattuada (R. Lattuada, in Artemisia Gentileschi 2023, pp. 54-55), Orazio potrebbe aver portato con sé a Londra, dove l’avrebbe visto o copiato Artemisia. La pittrice, una volta rientrata a Napoli da Londra, dopo il 1640, deve aver realizzato la sua versione”.

La tela di Artemisia è però più piccola di quella di Orazio ed infatti gli abiti di Giuditta e Abra sono tagliati rispetto a quelli del padre. La scena è peraltro assolutamente identica. Le due donne hanno da pochi istanti mozzato la testa del generale babilonese e dentro di sè, probabilmente, si interrogano su quale sia il miglior piano di fuga dalla tenda di quest’ultimo.
Ciò che va notato però, anche rispetto ad altre versioni di Giuditta con la testa di Oloferne sia di Orazio Gentileschi che di Artemisia è come le due donne non si muovano all’unisono.
Se consideriamo ad esempio le due tele di analogo tema, una del padre e l’altra della figlia, oggi insieme al Museo Nazionale di Oslo, balza agli occhi come non vi sia la medesima complicità. Infatti, nella Giuditta con la testa di Oloferne di Artemisia Gentileschi (Fondazione Carit) Giuditta guarda a destra e Abra a sinistra. La prima sembra come spiritata o, ad esser più cortesi, assolutamente infatuata; la seconda, invece, è evidentemente preoccupata.

I colori del dramma
Se le due tele, a parte la già citata dimensione, sono iconograficamente sovrapponibili, a far la differenza sono i colori. Certamente più drammatici quelli di Artemisia che esaltano la ricchezza e la voluttuosità delle vesti. Rispetto alla lezione dell’amico Caravaggio, Orazio e Artemisia, costruiscono una scenografia che meglio si addice a un gusto ormai in tona barocco dei possibili committenti.

Ciò che personalmente trovo straordinario è il pallore assoluto della testa di Oloferne. Un bianco avorio incredibilmente drammatico che gioca a rimpiattino con i bianchi delle vesti femminili ricordando nel contempo l’irreversibilità della morte umana.
Artemisia Gentileschi – Approfondimenti
Riguardo Artemisia Gentileschi, potete anche leggere:
- Biografia di Artemisia Gentileschi (Treccani)
- Artemisia Gentileschi: l’Aurora
- Artemisia Gentileschi: la Cleopatra Cavallini-Sgarbi
- Artemisia e Caravaggio: la sfida di Giuditta
- Artemisia Gentileschi al Museo di Roma
- Orazio Gentileschi: la Giuditta e Oloferne di Oslo
- Orazio Getileschi: affreschi di San Giovanni dei Fiorentini



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