La Conversione di San Paolo di Caravaggio oggi parte della Collezione Odescalchi, tanto da essere anche nota come Pala Odescalchi, è un’opera che per diversi motivi fa storia a sé nel percorso artistico del Merisi.
Infatti, se oggi è unanimamente considerata la prima versione della Conversione di Saulo (olio su tavola, questa) da sempre sulla parete destra della Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma, questo fatto è stato oggetto di dibattito con posizioni dissonanti quale quella di giulio Carlo Argan che la reputava di molto anteriore.
Conversione di San Paolo di Caravaggio: un’opera dibattuta
Nell’articolare il ragionamento sul perché questa tavola faccia storia a se, potremmo partire dal fatto che si tratti di un olio su tavola (di cipresso) e non, come era usuale per il Merisi, su tela come fu la seconda versione. Potremmo continuare osservando che, come in realtà succedeva abbastanza frequentemente a Caravaggio in quegli anni a cavallo tra ‘500 e ‘600, si trattava di una prima prova poi non acquisita dal committente. Ma, in realtà, il punto è nel suo stile assolutamente inaspettato.
A tal proposito, il grande Roberto Longhi nel 1952 scriveva che l’opera è “molto giovanile e strettamente legata alla crisi dei maestri lombardi del Caravaggio” e fa i nomi di Peterzano (necessariamente) ma anche di Campi e Procaccini. Dieci anni dopo Lionello Venturi va oltre e nel 1962 scrive che “..quest’opera (è) ancora intrisa di manierismo” tanto che non la considera la prima versione della Conversione di Saulo oggi nella Cappella Cerasi ma anteriore ad essa.
Il collegamento al Manierismo non deve lasciar sorpresi. Giorgio Vasari, il cantore della Maniera, moriva nel 1574, tre anni dopo la nascita di Caravaggio. Simone Peterzano, maestro di Caravaggio, la Maniera la conosceva bene perché era, probabilmente, la corrente artistica chiave dei suoi tempi.
Conversione di Saulo Odescalchi
La storia della Conversione di Saulo Odescalchi è puntualmente ricostruita da Maurizio Marini nel suo Caravaggio Pictor Prestantissimus.
In sintesi, Caravaggio eseguì due versioni di ciascuno dei dipinti per la Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo. Dunque, della Conversione di San Paolo e della Crocifissione di San Pietro esisteva una prima coppia dipinta su tavola ed una seconda su tela.
Per motivi ancora ignoti e probabilmente senza particolari dissidi, la prima coppia restò di proprietà del Caravaggio che però non trovò difficoltà a venderla. Acquirente di entrambe le tavole fu il cardinale marchigiano Giacomo Sannesio (1560-1621). Le troviamo infatti ben riportate nel suo testamento: “Doi quadri grandi in tavola che rappresentano un San Pietro Crocifisso e l’altro la Conversione di San Paolo…”. Alla di lui morte, passarono in eredità al nipote Francesco che le detenne fino alla morte nel 1644.

Due anni dopo, quando Juan Alfonso Enriquez de Cabrera (1597-1647), Viceré di Napoli, si recò a Roma, prima di terminare il suo incarico, per accomiatarsi da Innocenzo X, acquistò le due tavole e le trasferì in Spagna.
Alla sua morte, l’anno dopo, la sua quadreria andò all’asta e fu il patrizio genovese Agostino Ayrolo ad acquistare la conversione di San Paolo e riportarla in Italia per passare al cognato dell’Ayrolo, Francesco Maria Balbi, nel cui testamento al ritroviamo nel 1682.
Per via ereditaria, la tavola diviene di proprietà di Maria Roberta Balbi, marchesa di Piovera, la quale sposa Innocenzo Odescalchi (1883-1953) portando alla Collezione Odescalchi la Conversione di San Paolo di Caravaggio.
Il gruppo dell’angelo
La porzione in alto a destra della tavola è dominata dalla figura di Cristo che protende le braccia verso San Paolo come per accogliere la sua conversione e, nel contempo, aiutarlo ad alzarsi. Cristo è a sua vota sorretto da un angelo assolutamente caravaggesco.
Roberto Longhi, il riscopritore di Caravaggio, sostenne che si potesse trattare di una successiva aggiunta apportata da Caravaggio in quanto gradita al gusto del Sannesio.
Proprio l’angelo ci aiuta a collocare cronologicamente l’opera. Infatti Claudio Strinati ha osservato come il modello di questo angelo sia il medesimo dell’Amor Vincit Omnia dei marchesi Giustiniani e del Sacrificio d’Isacco oggi agli Uffizi, entrambi datati intorno al 1602.




