Caravaggio, Slider home, Storia dell'arte

Caravaggio: l’immensa Deposizione dei Musei Vaticani

La Deposizione di Caravaggio lascia chi la guardi attonito per la sua imponenza e come assorto alla vista di qualcosa che si conosce profondamente ma richieda un momento per riaffiorare. Ed è la Pietà di Michelangelo a venire alla mente. Del resto non è lontana: siamo nei Musei Vaticani e la Basilica di San Pietro è lì accanto, un volo d’uccello in linea d’aria.

caravaggio deposizione musei vaticaniAttoniti perché la tela è immensa: 3 metri di altezza per due di larghezza fanno si che le figure siano a grandezza naturale e quasi escano dal quadro per porsi innanzi allo spettatore. Devono essere lo sguardo di Nicodemo (per altri San Giuseppe d’Arimatea) dritto sugli astanti o la lastra tombale che aggetta verso l’esterno a determinare questa sensazione. O il braccio destro del Cristo la cui mano abbandonata concentra lo sguardo.

Assorti perché dopo un attimo il riferimento alla Pietà è chiaro. Perché al braccio della Vergine che regge le spalle del Figlio si sostituisce quello di San Giovanni Evangelista e l’abbandono del corpo del Cristo è analogo con il braccio destro che diviene in ambo i casi un elemento portante dell’immagine generale.

Sui modelli di Caravaggio ed il loro ritornare di quando in quando sulla scena si potrebbe scrivere un libro. Nello specifico della Deposizione, è il viso di Nicodemo quello che ha più attratto l’attenzione. Potrebbe, infatti, trattarsi di un ritratto di Michelangelo (la somiglianza c’è): dunque è lo stesso Caravaggio a fornirci l’indizio verso la Pietà del grande Buonarroti.

Caravaggio Deposizione Musei Vaticani: la storia

La storia della Deposizione di Caravaggio e strettamente collegata alla figura di San Filippo Neri (Firenze 1515 – Roma 1595) al quale si deve la concezione dell’oratorio quale si intende ancora oggi. Nel 1575 papa Gregorio XII riconobbe il movimento spirituale creato nel corso degli anni da San Filippo erigendolo a Congregazione dell’Oratorio e concedendo ad esso la chiesa di Santa Maria in Vallicella a Roma (più nota oggi come la Chiesa Nuova e sita in Corso Vittorio).

La genesi della Deposizione del Caravaggio è efficacemente spiegata da monsignor Edoardo Aldo Cerrato, già procuratore generale degli oratoriani.

Pietro Vittrici e San Filippo Neri

In uno scritto per l’Osservatore Romano, egli infatti spiega:

“Pietro Vittrici, già maggiordomo del cardinale Ugo Boncompagni e suo famigliare dopo l’elezione al Soglio pontificio (1572), era stato caravaggio deposizione musei vaticaniguarito miracolosamente per intervento di Filippo Neri e si era spiritualmente legato a lui e all’Oratorio, tanto da essere il primo ad aver assegnata, nel 1577, nella Chiesa Nuova che stava sorgendo, una cappella sul cui altare una pala di ignoto, ora perduta, raffigurava la Pietà e accanto a essa lo stesso Papa Boncompagni.
Questa cappella fu ben presto sostituita dalla attuale…. innalzata a spese della Congregazione a partire dal settembre 1596 (padre Filippo era morto il 26 maggio dell’anno precedente) e terminata nel 1605. Per essa, in ricordo di Pietro Vittrici, morto il 26 marzo 1600, il nipote Girolamo, suo erede, aveva commissionato “di sua cortesia” al Caravaggio la nuova pala, realizzata tra il 1602 e il 1604.
La scelta di affidare all’artista il quadro maturò nell’ambito dell’entourage di Clemente VIII Aldobrandini e degli Oratoriani, oltre che nel rapporto di familiarità che il Vittrici intratteneva con importanti committenti e amici di Caravaggio: i Cerasi, i Giustiniani – tre dei quali, Fabiano, Orazio e Giuliano, entrarono nella Congregazione dell’Oratorio – i Mattei, la cui villa sul Celio ospitava la sosta dei partecipanti alla Visita delle Sette Chiese.
Era stata accettata, per la Chiesa Nuova, una tela del pittore maledetto, insofferente di ogni vincolo religioso, istintivo e bizzarro che Caravaggio appariva a non pochi, o, in quell’ambiente di profonda pietà, si apprezzava la religiosità di un artista discusso ma passionalmente impegnato a interpretare il messaggio di verità e di evangelica povertà caro a Filippo, al Baronio, agli oratoriani?”

Una Deposizione imponente…

Certamente, nessuno come il Caravaggio era capace di rendere con assoluta immediatezza – lo vedremo tra un attimo – l’umanità, la realtà dei personaggi, di chiunque si trattasse, senza infingimenti ed idealizzazioni. Così egli concepì un’opera che unisce all’imponenza ed a una presenza scenica formidabile, una veridicità assoluta.

Ha infatti scritto Antonio Paolucci il quale, da Direttore dei Musei Vaticani, si sarà mille volte confrontato con la grande tela:

“La spiritualità cattolica che i manuali chiamano della Controriforma invitava gli artisti ad aderire alla lettera e al senso della Scrittura e, allo stesso tempo, ad attualizzarne il messaggio, così da renderlo a tutti comprensibile e per tutti efficace. Nella Vocazione di Matteo di San Luigi dei Francesi, nella Madonna di Loreto di Sant’Agostino, nella Conversione di Saulo e nella Crocifissione di san Pietro di Santa Maria del Popolo, nella Morte della Vergine del Louvre, nei capolavori di Napoli, di Malta, di Siracusa, di Messina, in tutti i quadri di soggetto religioso di Caravaggio, la moralità del Vero visibile svelato dalla luce, diventa moderna epifania del Sacro, essenziale catechesi spoglia di ogni retorica. Tutto questo lo vediamo significato in maniera mirabile nella Deposizione della Pinacoteca Vaticana”.

Nel buio della scena cinque figure sono accanto al corpo del Cristo: Nicodemo e San Giovanni Evangelista che lo reggono tra le braccia, la Vergine Maria, Maria Maddalena e Maria di Cleofe che lo piangono.

Lo spazio della scena è racchiuso in un semicerchio che trova come punti della sua circonferenza la mano dei Cristo, quella di Maria (dietro la spalla destra di San Giovanni) e le due mani alzate di Maria Cleofe. In realtà vi è un’altra mano che si nota assai poco nel chiaroscuro. E’ la mano sinistra di Maria che appare al di là della schiena piegata di Nicodemo e chiude il cerchio.

Puntualizza Antonio Paolucci: “…il termine iconografico (Deposizione) con il quale il quadro è conosciuto è solo genericamente corretto. L’episodio che qui Caravaggio mette in figura è l’atto che, nel rito giudaico comune del resto a tutte le culture del Mediterraneo, immediatamente precede l’inumazione vera e propria. Il corpo di Cristo, appena disceso dalla croce, verrà spogliato, disteso sulla grande pietra ben visibile (dopo diremo del significato di quella pietra) per essere lavato, unto, profumato. Non della pietra destinata a coprire e a sigillare il sepolcro dunque si tratta, ma del letto marmoreo, destinato ai riti funerari, che in latino veniva chiamato lapis untionis”.

Il Nicodemo contadino

Dicevamo della verità sempre presente nelle tele di Caravaggio. Il miglior commento possibile, nel caso specifico della Deposizione, è probabilmente quello di Maurizio Calvesi: “Lo sbalzo dai soavi dipinti eseguiti per commissioni private e comunque non destinate agli altari, a un’opera come questa, fatta per la pubblica devozione, è piuttosto violento. Ogni piacevolezza è svanita. Il contrasto tra la luce e l’ombra diventa profondo e drammatico, interpretando un soggetto che evoca la Passione del Cristo. La potenza plastica del gruppo è esaltata da questo contrasto e dal serrato, monolitico assemblaggio dei personaggi scandito in un ritmo scalare dall’alto verso il basso, con i gesti della Maria di Cleofa che solleva le braccia evocando la croce, della Vergine che protende a metà altezza la mano, e dal Cristo che tocca con il braccio spiombante la pietra del sepolcro. Sotto la pietra, che allude al Cristo stesso, pietra angolare della Chiesa, ovvero, secondo i teologi, suo fondamento, si staglia una pianta verde, simbolo di resurrezione, che si contrappone a un’altra pianta secca collocata all’angolo opposto: è lo stesso contrasto che intercorre tra l’ombra e la luce. All’astrazione ideale della luce fa poi da contrappunto il realismo con cui sono rese le rughe della Vergine qui rappresentata nella sua dolorante umanità e di San Giuseppe d’Arimatea (o Nicodemo), dal volto contadino e le orbite infossate nell’ombra, le gambe tozze e potenti segnate dalle vene. Il messaggio del Cristo si rivolge ai poveri e agli umili su cui scende la luce della salvazione. Tutto ciò, fuori dall’ambiente oratoriano, doveva apparire scarsamente ‘decoroso’”.

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.

Leave a Comment