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Coppo di Marcovaldo: la Maestà di Orvieto

La Maestà, cioè la Vergine con il Bambino in braccio, di Coppo di Marcovaldo (Firenze 1225 – Siena 1276), oggi al Museo dell’Opera del Duomo di Orvieto, appartiene di diritto alle grandi Maestà del XIII secolo.

L’Ordine dei Servi di Maria e le Maestà toscane

L’Ordine dei Servi di Maria, anche detti Serviti, nasce a Firenze poco dopo il 1230. Il suo santo più famoso è forse Filippo Benizi (1233-1285), dal 1267 Superiore Generale dell’Ordine. Dunque una personalità preminente proprio nei decenni in cui venivano realizzate le nostre Maestà.

I Serviti, per i quali la Vergine rappresentava il fulcro della loro visione teologica, ebbero un ruolo importante nella diffusione di questa iconografia. Commissionarono infatti a Coppo di Marcovaldo ben due Maestà. Nel 1261 quella per la chiesa di Santa Maria dei Servi a Siena (la Madonna del Bordone). Nel 1268 quella per la chiesa dal medesimo titolo di Orvieto. Poi, nel 1287, fu Cimabue a realizzare la Maestà per Santa Maria dei Servi a Bologna. A Montepulciano incaricarono poi dello stesso tema Duccio di Bonisegna, oltremodo famoso per quella che oggi è nota come Madonna Gualino.

Le commissioni furono in quei decenni ancora numerose. Per approfondire l’argomento, cliccate QUI.

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Coppo di Marcovaldo – Maestà di Orvieto

Coppo di Marcovaldo: la Maestà di Orvieto

La grande tavola a tempera e oro ha le dimensioni giuste (238×135 cm) per far parte della ristretta cerchia delle Maestà duecento-trecentesche. In ottimo stato di conservazione, esposta in modo tale che l’osservatore la possa leggere con assoluto agio, questa Vergine col Bambino di Coppo di Marcovaldo è uno splendore da non perdere.

La Vergine è seduta su due cuscini posti su un trono dalla spalliera a lira e poggia i piedi su un gradino. Il Bambino è seduto sulla gamba destra della Madre che lo sostiene abbracciandolo con il braccio destro e sostenendogli il piede con la mano sinistra. Gesù, raffigurato nell’atto di benedire, tiene nella destra il rotolo delle Scritture. Alle loro spalle due angeli che recano in mano uno stelo con un giglio che vuol alludere all’Annunciazione.

Ma guardiamo i dettagli. L’impostazione guarda per molti versi alla tradizione bizantina ma Coppo di Marcovaldo se ne distacca per molti versi rivendicando una sua personale linea di pensiero.

Se il Bambino è rappresentato in modo più canonicamente bizantino (si guardi anche all’impostazione del suo abito), per la Vergine il discorso è ben diverso. Partiamo dall’abito. A prima vista può apparire discendente dalle più antiche icone mariane ma Coppo di Marcovaldo cerca e trova una sua strada. Attraversato da lunghe e fitte pennellate d’oro, l’abito della Vergine è un quadro nel quadro. L’oro non solo delinea le pieghe della lunga veste ma diviene quasi un’opera a se stante. Per tirare il concetto fino al suo estremo, lasciatemi dire che è quasi una ricerca di geometrie astratte.

Poi c’è l’ampio panno crema su cui siede e che avvolge Gesù. Spezza il nero della veste della Madre e preannuncia il rosso vivo del figlio. Quest’ultimo ha l’aureola arricchita di gemme, quella della Madre è invece a rilievo.

Il velo della Vergine

I canoni bizantini vogliono che la Vergine sia rappresentata con la testa coperta dal velo. Il velo di Coppo di Marcovaldo non ha però nulla a che vedere con i canoni bizantini e, per dirla tutta, neanche con la semplicità dei veli senesi.

Qui la Madonna indossa una corona con motivi fitomorfi posta al di sopra di un velo bianco dal bordo colorato. Dunque non un accessorio (perdonatemi il termine) che per colore e stile è tutt’uno con la veste ma un qualcosa del tutto diverso e fortemente orientato ad impreziosire l’immagine.

Tra l’altro, guardando con attenzione, noterete come la Vergine sopra la veste indossi una cappa. Quest’ultima è tenuta ferma da due cordoni rossi che si congiungono alla altezza del ginocchio di Gesù. Difficilmente troverete questo particolare a Bisanzio…

Il viso della Vergine mi appassiona per i suoi occhi. Non sono i lunghi occhi (quasi orientali) della pittura senese. Sono gli occhi tondi delle icone bizantine ma, soprattutto, dei ritratti del Fayyum. Qui Coppo di Marcovaldo si tiene più aderente alla tradizione. Ma solo per gli occhi. Poi il viso della Vergine, la sua triste, malinconica dolcezza percorre una sua propria strada. E’ una via che ormai si è distaccata da Bisanzio e guarda al vero, alla rappresentazione delle emozioni. Qui la Vergine è Madre e la sua premonizione corre, mesta, alla Passione del suo Figlio.

Il viso e le ridipinture

Nell’ammirare il viso dipinto da Coppo da Marcovaldo occorre però sapere che esso è stato interessato da un intervento di restauro già in epoca antichissima. Ci spiega infatti Alessandra Gianni:

“Oltre alla Madonna dei Serviti di Siena, tre tavole attribuite a Coppo sono state oggetto di ridipinture condotte a distanza di pochissimo tempo dalla loro realizzazione… La Maestà orvietana presenta delle ridipinture nelle teste della Madonna e del Bambino e nelle mani. In questo caso le radiografie mostrano la presenza di lacune nelle parti ridipinte. La datazione delle ridipinture è stata oggetto di discussione soprattutto a causa della tecnica a olio con cui esse sono state condotte e che indurrebbe a datarle dopo il secolo XV mentre l’analisi formale indica la fine del secolo XIII. Considerando come dato oggettivo quello stilistico e non quello della tecnica pittorica si può ritenere la ridipintura eseguita a pochi anni dalla realizzazione dell’opera su una superficie danneggiata”.

Nello specifico, le ridipinture hanno interessato le seguenti porzioni della tavola: “Nella testa della Madonna una lacuna verticale fra il collo, il mento e il labbro, una sulla guancia destra fino alla narice e una più estesa che parte dall’occhio sinistro e sale fino alla base della corona. Anche nel volto del Bambino sono state rilevate cadute di colore nella zona in corrispondenza della giunzione delle assi della tavola”.

Il trono e gli angeli

Guardate con attenzione la trama dei drappi che ornano il trono su cui siede la Vergine. Non sono semplici teli di stoffa ma hanno un motivo, come un tessuto a broccato. Premesso che già nel XIII secolo Firenze era famosa in Europa per le sue stoffe, qui siamo di fronte ad un motivo ripetuto. Si tratta, secondo me, di un tondo in cui è iscritta un’aquila. Se qualcuno però avesse una proposta diversa, parliamone.

Gli angeli meritano anch’essi qualche considerazione. Tipicamente, la Vergine ed il Bambino hanno alle loro spalle due angeli. Nel nostro caso, potrebbero essere, secondo l’interpretazione che ne danno i Serviti (certamente più preparati di me in proposito): “Michele e Gabriele, l’angelo della cacciata dell’uomo dall’Eden (Gen 3, 24) e l’angelo che annuncia la redenzione (Lc 1, 26-38): in Maria, infatti, il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 14) e si è compiuta la salvezza”.

Quello che mi colpisce di questi angeli sono i gradi occhi. Eredità del Fayyum e delle icone bizantine ma anche dell’Angelo Bello di Santa Maria Antiqua. Però, forse, mi sono spinto un po’ troppo oltre…

La Maestà del ‘200: Approfondimenti

Riguardo alle antiche icone mariane precedenti al XII secolo, potete leggere:

Relativamente alle Maestà tra Toscana e Lazio:

Se volete leggere per intero l’articolo di Alessandra Gianni – Le ridipinture della Madonne di Coppo di Marcovaldo, cliccate QUI

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.

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