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Cripta di Santa Cecilia in Trastevere: moderni echi bizantini

La cripta della chiesa di Santa Cecilia in Trastevere a Roma sarà per voi una (forse) inaspettata sorpresa. Sarete probabilmente arrivati pensando di vedere il Giudizio Universale di Pietro Cavallini o il mosaico dell’abside oppure l’elegante ciborio di Arnolfo di Cambio, e invece…

Santa Cecilia è costruita sugli estesi resti di un’abitazione romana, quella, si vuole, della stessa Santa Cecilia. Un’ipotesi plausibile perché agli albori del cristianesimo i fedeli si raccoglievano nelle abitazioni private. La Leggenda Aurea narra che fu qui che papa Urbano I (pontefice dal 222 al 230 d.C.) fece seppellire il suo corpo (che, in realtà, vi fu traslato da Pasquale I dalle catacombe di San Callisto nel VII secolo) e fu qui che nel 1599, restaurando la chiesa, lo stesso venne ritrovato. Fu allora che il cardinale Paolo Emilio Sfondrati (cardinale presbitero di Santa Cecilia) commissionò a Stefano Maderno (1566-1636) la statua che oggi vediamo ai piedi dell’altare maggiore e che riproduce la posizione del corpo di Santa Cecilia al momento del suo ritrovamento.

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Cripta di Santa Cecilia in Trastevere: il ritorno di Bisanzio

Ma veniamo alla cripta che si trova al di sotto dell’altare maggiore ma alla quale accederete dopo aver attraversato gli ambienti della casa di Santa Cecilia già citati.

Questi ambienti vennero scoperti nel 1899 quando a detenere il titolo di Santa Cecilia era il cardinale Mariano Rampolla del Tindaro (1843-1913), segretario di stato do papa Leone XIII e candidato egli stesso al soglio papale nel conclave che poi elesse papa Pio X.

Fu proprio il cardinale Rampolla che volle che l’antica cripta fosse trasformata in quella che vediamo oggi.

Ne affidò la progettazione all’architetto Giovan Battista Giovenale (1849-1934) e a Monsignor Pietro Crostarosa, Segretario della Commissione di Archeologia Sacra.

Il risultato è quello che vediamo: una soluzione ecclettica, figlia dei tempi dell’art noveau. In uno stile che possiamo definire (volendo) neo bizantino, in una profusione di mosaici d’oro e di colonne di granito grigio, la cripta accoglie i sarcofagi di Santa Cecilia, del marito Valeriano e del fratello di questi Tiburzio (anch’essi martirizzati), di Massimo (l’ufficiale romano al quale erano stati affidati come prigionieri ma che si convertì anch’egli) e dei papi Lucio e Urbano.

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Nel segno dell’alto medioevo

Una descrizione della cripta redatta all’epoca in cui la stessa veniva realizzata è quella dovuta al Prof. Rosario Mammani e pubblicata sul Bessarione (Pubblicazione Periodica di Studi Orientali, luglio-dicembre 1901):

cripta chiesa santa cecilia roma“La cripta, così ricostruita ed abbellita, illuminata dai bianchi splendori de la luce elettrica, offre un aspetto misticamente fantastico, e si potrebbe chiamare il piccolo tempio de l’arte cristiana. Si osserva il pavimento cosmatesco; le colonne sono di granito violetto; le pareti di marmo rosso antico, cipollino, greco. Le lunette, che coronano le pareti, sono in musaico di marmo e rappresentano i simboli cristiani de le Catacombe.

Gli stucchi e tutti gli ornamenti sono a colori cris o elefantini, imitanti cioè l’oro e l’avorio, e così armonizzano bellamente con le pitture di musaico a fondo d’oro. Lo stile, molto indovinato, compendia e riproduce le molte fasi de la decorazione romana-bizantina del medioevo, un po’ corretta secondo il rinascimento de l’arte.

Il pio porporato ha voluto che il sarcofago de la Santa venerato, fosse visibile ne l’ipogeo al di dietro de la transenna che è su l’altare.

Il musaico del centro, al di sopra de la transenna, è la gloria di S. Cecilia in mezzo a due angeli con i santi e Tiburzio. A destra si vede l’angelo, che separa la vergine dal fidanzato, a sinistra l’incoronazione de la martire e dei suoi compagni

La cappella a destra è dedicata a l’invitta eroina romana Agnese; la cappella a sinistra a Sant’Agata, gloriosa vergine siciliana”.

Particolari le voltine tra le colonne adorne di quattro angeli.

Bello constatare che all’inizio del secolo scorso Roma disponeva ancora di maestri mosaicisti all’altezza di un’opera forse non originale in termini concettuali ma certamente di non banale esecuzione.

Le sacre ossa di Santa Cecilia e dei SS. Martiri

Merita di essere letto anche un altro passaggio dell’articolo, di grande pathos, e che ci racconta dell’ispezione che il cardinal Rampolla condusse sui sarcofagi dei martiri sepolti nella cripta:

“Ne la nuova collocazione dei tre sarcofagi, chiudenti i resti preziosi dei SS. Martiri, venne cavata da quello di S. Cecilia la cassa d’argento, ove Clemente VIII racchiuse nel 1599 il corpo de la santa martire. La cassa si conservava splendida; soltanto in alcuni punti l’aveva macchiata in nero la decomposizione di un drappo, che vi era stato sovrapposto. Il Card. Rampolla volle con le proprie mani ripulirla e, copertala di nuovi preziosissimi drappi, la ripose nel suo sarcofago. Quando poi per l’inondazione del Tevere (30 novembre 1900) le acque invasero la cripta e penetrarono nei sarcofagi dei SS. Martiri, risparmiando solo quello di S. Cecilia, il pio porporato li aprì, ne ritirò le ossa e le ceneri, e prosciugatele amorosamente, le ricollocò a loro posto involte in preziosi drappi. Sappiamo che il piissimo cardinale in questo sacro lavoro versava lagrime di commozione!”

Leggi anche: Pietro Cavallini: il Giudizio Universale di Santa Cecilia

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Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.

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