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Giotto: la Maestà di Ognissanti degli Uffizi

La Maestà di Ognissanti di Giotto (1267-1337), oggi agli Uffizi, segna inevitabilmente una pietra miliare, un punto di riferimento, quando si guardi alle grandi Maestà dipinte tra ‘200 e ‘300.

Un punto di riferimento perché, oltre alla sua solenne bellezza, questa grande tempera su tavola (325×204 cm) ci permette di riflettere sui mutamenti in corso nell’arte toscana e italiana di quegli anni che andava allontanandosi dai canoni bizantini per incamminarsi su un percorso che si sarebbe rivelato assolutamente rivoluzionario e preminente nell’intera Europa di quei secoli.

Questa riflessione viene assai facilitata dalla collocazione, più unica che rara, della Maestà di Giotto. Essa si trova infatti agli Uffizi in una sala che accoglie, alla sua destra, la Maestà di Santa Trinità di Cimabue (dipinta tra il 1290 ed il 1295) e, alla sinistra, la Madonna Rucellai o Maestà di Santa Maria Novella di Duccio di Boninsegna. Quest’ultima è la più antica tra le tre tavole, risalendo al 1285.

Da tenere presente che la medesima sala custodisce il Polittico di Badia di Giotto. Siamo in questo caso tra il 1295 ed il 1300. Insomma, gli Uffizi ci offrono l’opportunità di una visione d’insieme unica dell’arte toscana di quei decenni.

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Giotto – Maestà di Ognissanti

Giotto: Maestà di Ognissanti

Partiamo giustamente dall’opera. Giotto è nella sua piena maturità. Siamo infatti nel primo decennio del XIV secolo e, prudentemente, gli Uffizi inseriscono la realizzazione in un intervallo tra il 1300 ed il 1305.

Leggiamo direttamente quanto riporta la scheda che gli Uffizi dedicano all’opera, redatta dalla storica dell’arte Daniela Parente:

“Maria con in braccio il figlio Gesù, siede su un trono come una regina, iconografia che dà il titolo di Maestà con cui questo e altri dipinti di soggetto analogo sono noti.

La Vergine sorregge il bambino, che benedice con la mano destra tenendo nella sinistra una pergamena arrotolata, simbolo di sapienza. Intorno al trono, un tabernacolo cuspidato intarsiato con marmi policromi che richiama l’architettura gotica in voga verso il 1300, si collocano un gruppo di angeli e santi.

Gli angeli inginocchiati ai piedi del trono offrono vasi con rose e gigli, fiori che alludono alla purezza e alla carità, mentre i due ai lati del trono porgono una corona e una pisside, un oggetto liturgico che allude probabilmente alla Passione di Cristo.

I santi sono parzialmente coperti dall’architettura e dalle aureole e questo, oltre a suggerire l’esistenza di uno spazio concreto entro il quale si collocano le figure, intende evocare anche l’intitolazione della chiesa per la quale tavola fu realizzata, Ognissanti a Firenze….

La Maestà, eseguita quando Giotto aveva già raggiunto grande notorietà ed era un pittore richiesto da committenti di tutta Italia, si distingue per il naturalismo con cui svolge questo tradizionale tema. Nelle vesti delle figure gli elementi decorativi sono ridotti al minimo per dare risalto alla plasticità dei corpi, modellati da luci e ombre. Per oltre un secolo la composizione rappresentò un modello di ispirazione per i pittori fiorentini”.

Uffizi – Le Maestà di Duccio e Giotto

Tra trasparenze e coloriture

Giotto è ormai un maestro affermato e percorre saldamente un percorso suo proprio. Il viso della Vergine mostra un volume importante, come anche il Bambino. Siamo ormai fuori dall’iconografia di matrice bizantina, fortemente sintetica, che invece caratterizza ancora, in una certa misura, le Maestà di Cimabue e Duccio.

Quello del volume dei volti è un passaggio essenziale nell’evoluzione dal modello bizantino. In questo percorso, i maestri toscani non sono soli: la Scuola Romana procede negli stessi anni su un’analoga strada che rende evidente come maestri toscani e romani fossero in dialogo tra loro. Vi proporrei la lettura di Pietro Cavallini: il Giudizio Universale di Santa Cecilia.

Giotto, rispetto a Cimabue e Duccio, fa poi un altro salto epocale. La Vergine è una donna, non un’icona. Le pieghe dell’elegante veste avorio, giocate abilmente sul chiaroscuro, ne rivelano le forme del seno. La raffinata veste trasparente del Bambino gli dona una mondanità che diverrà poi un tratto usuale.

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Il colore di Duccio e di Giotto

Vicino alla Maestà di Giotto vi è quella di Duccio di Boninsegna. Quest’ultimo era un maestro del colore. Basti pensare alla Madonna Gualino per il cui colore Lionello Venturi scrive: “..Un colore riformato di fronte a quello bizantino. … (la) Madonna Gualino può essere considerato il punto d’arrivo del colorito italiano del duecento. Nel bruno, nell’amaranto, nell’azzurro, nell’oro si conserva ancora la tradizione bizantina; ma negli accordi di lilla e di rosa, di giallo pallido e di cilestrino, una sensibilità tutta nuova si rivela, preparata forse dai miniaturisti ma che assume nella grande pittura un valore di risalto formale e psicologico affatto impensato. E’ uno squillo di vita fresca e giovanile apparso in mezzo alle cadenze di una secolare tradizione chiesiastica”.

Guardate la Maestà di Duccio. La veste lillà che continua al di sotto del blu intenso del manto della Vergine è straordinaria. Ma Giotto non è da meno: l’avorio, il rosa, le vesti degli angeli inginocchiati… La pennellata rossa che delimita lo spazio materno, l’intimità tra madre e figlio.

Giotto Maestà degli Uffizi tra architettura e prospettiva

Giotto si mostra assolutamente padrone della prospettiva. E questa non è una grande scoperta… Va però notato come utilizzi una forma prettamente architettonica per il trono su cui siede la Vergine. In realtà è una specie di abside gotica rafforzata dall’aggetto della sua base che viene avanti verso lo spettatore.

Quest’ultima soluzione (quella dell’aggetto) era piuttosto usuale. Giotto, però, rispetto a Cimabue e a Duccio non dipinge un trono pur aggettante, ma qualcosa di molto più ampio: quasi una cattedrale gotica.

Infine i due santi i cui visi si intravedono, a destra e a sinistra, nelle due monofore sono veramente un colpo d’ali. Si rivolgono direttamente ai nostri neuroni: se stanno li dietro, evidentemente ci deve essere uno spazio tridimensionale…

Le Maestà tra Duecento e Trecento: Approfondimenti

Una Maestà della Vergine è la rappresentazione della Vergine in trono con il Bambino in grembo, circondata da una corte più o meno ampia di angeli e, in taluni casi, anche di santi. Tipicamente, si tratta di opere di dimensioni particolarmente considerevoli destinate ad occupare uno spazio preminente nell’edificio sacro a cui erano destinate. Questa iconografia trovò una particolare diffusione tra XIII e XIV secolo.

Su ArtePiù potete trovare diversi articoli dedicati ad alcune delle maggiori Maestà giunte fino a noi:

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.

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