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Mosaico della Navicella: Giotto in chiave barocca

Il Mosaico della Navicella, commissionato da Jacopo Stefaneschi a Giotto (ma alla realizzazione del quale potrebbero non essere stati estranei Pietro Cavallini o la sua bottega) si trova oggi all’interno dell’Atrio di San Pietro di fronte al Portale Maggiore. In realtà le traversie subite dall’opera ne hanno significativamente alterato l’aspetto originario tanto che difficilmente possiamo pensare a ciò che vediamo come l’originale giottesco. Ma percorriamone insieme la storia.

Giotto Mosaico della Navicella: l’attribuzione e il committente

Che il mosaico, fin dai tempi della sua realizzazione, fosse ascritto a Giotto risulta da almeno due fonti di prim’ordine. Una è l’obituario della Basilica Vaticana, o Liber Anniversariorum. L’attribuzione al cardinale Stefaneschi della commissione è esplicita: vi riporto il testo del necrologio al termine dell’articolo.

L’altra sono i Commentari di Lorenzo Ghiberti (1378-1455). Qui Ghiberti afferma: “Costui fu copio in tutte le cose, lavorò in muro, lavorò a olio, lavorò in tavola, lavorò di mosaico la nave di S. Piero in Roma, e di sua mano dipinse la capella e la tavola di S. Piero in Roma”. Sebbene scritti verso la fine della vita del Ghiberti, i Commentari non sono poi lontanissimi dall’epoca dei fatti.

Secondo le fonti, dunque, il Mosaico della Navicella va ascritto a Giotto e Jacopo Stefaneschi (1270-1343) ne fu il committente. Del resto il cardinale Stefaneschi, salito alla porpora nel 1295 con il titolo di San Giorgio al Velabro, fu canonico di San Pietro dal 1291 al 1341.

In termini cronologici, il mosaico venne realizzato tra il 1305 ed il 1313.

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Giotto – Mosaico della Navicella

Dal Vangelo secondo Matteo

Il Mosaico della Navicella è la traduzione artistica di un passo del Vangelo di Matteo (14,22-33), ovvero:

22 Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla. 23 Congedata la folla, salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù. 24 La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario. 25 Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. 26 I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura.

27 Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». 28 Pietro gli disse: «Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque». 29 Ed egli disse: «Vieni!». Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. 30 Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». 31 E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». 32 Appena saliti sulla barca, il vento cessò. 33 Quelli che erano sulla barca gli si prostrarono davanti, esclamando: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!».

Il mosaico riprende perfettamente il passo citato. Come vedremo però nel dettaglio, le traversie subite dall’originale giottesco fanno si che se ne sia salvato ben poco.

L’opera

Il restauro più significativo fu effettuato da Marcello Provenzale (Cento 1576 – Roma 1639). Giovanni Baglione, coevo del primo, afferma come: “…Marcello vi fece di suo quelle figure in aria (i quattro profeti e gli angeli) e San Pietro e il Pescatore (che si vuole fosse l’autoritratto di Giotto) che in metterla a basso nel cortile vecchio andarono affatto in ruina“.

Probabilmente, la figura più vicina all’originale è quella di Cristo. Afferma a questo proposito lo storico dell’arte Antonio Muñoz (Roma, 1884 – 1960): “la figura più rispettata appare quella del Cristo che nel musaico attuale è proprio quella che sembra meglio conservata In confronto delle altre, come indica la sua posizione di faccia, che ci riporta anche più lontano di Giotto, e che certo non corrisponde allo spirito di un maestro barocco”.

In effetti, Cristo mantiene la rappresentazione ieratica propria dell’arte bizantina e di quella della Roma dei secoli tra il VII e l’XII. Che poi San Pietro sia stato “ridipinto” dal Provenzale risulta evidente dal modo in cui si raccordano la mano di quest’ultimo e quella di Cristo.

Un’ultima curiosità. Se il pescatore a sinistra doveva essere l’autoritratto di Giotto, l’ecclesiastico in preghiera nell’angolo di destra è il committente: il cardinale Jacopo Stefaneschi.

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Giotto – Mosaico della Navicella

Le traversie del Mosaico della Navicella

Come abbiamo detto, il Mosaico della Navicella ebbe vita tutt’altro che facile. Infatti subì due spostamenti dalla sua sede originale. Per conseguenza, nel primo caso un distacco dalla parete e un taglio in tre parti e, nel secondo caso, un’altra serie di tagli.

Siamo intorno all’inizio del XVII secolo quando Paolo V Borghese incarica Carlo Maderno di creare una nuova facciata per la Basilica di San Pietro. E’ la facciata che ammiriamo oggi: l’opera sarà terminata nel 1614. Nel corso di questo cantiere, nel 1610, il Mosaico della Navicella viene però staccato dalla parete sulla quale poggiava e diviso in tre pezzi. Solo nel 1619 sarà ricomposto all’esterno della basilica.

Sarà per le ingiurie del tempo, sarà per i danni subiti tra stacco e tagli, ma il mosaico fu molto danneggiato tanto da richiedere un significativo restauro. La Fabbrica di San Pietro lo affidò a Marcello Provenzale (Cento 1576 – Roma 1639), mosaicista di valore attivo anche nella stessa basilica.

Il Provenzale vi lavorò tra il 1617 ed il 1618. Di questo restauro esistono sia il contratto per l’affidamento che il dettagliato resoconto dei lavori svolti. Li trovate nell’articolo di Antonio Munoz che vi allego al termine del testo.

Abbiamo così la prova di ciò che è evidente anche solo guardando il mosaico. Cioè che dell’opera originale di Giotto non resta molto. Il rifacimento seicentesco è infatti preponderante.

Lo spostamento del 1628

Per proteggere il mosaico dalle intemperie, solo nove anni dopo, nel 1628, venne trasferito dove lo vediamo oggi. Per compere questa operazione venne però nuovamente tagliato e ricomposto.

Ad occuparsi del nuovo alloggiamento vennero chiamati sia il Maderno che il Bernini ma ormai l’opera non era più quella dei primi anni del XIV secolo.

Esistono però due angeli superstiti della Navicella originale. Uno si trova nella chiesa di San Pietro a Boville Ernica. L’altro nel Museo del Tesoro nella Basilica di San Pietro. Ma questa è un’altra storia….

Se sei interessato ai mosaici di Roma, leggi: I Mosaici Cristiani di Roma: dieci secoli di storia

Clicca qui di seguito per l’articolo: Antonio Munoz – I restauri della Navicella di Giotto

Liber Anniversariorum della Basilica Vaticana – Necrologio Jacopo Stefaneschi

“Obiit sancte memorie Iacobus Gaytani de Stephanescis, S. Georgi diaconus, cardinalis et concanonicus noster, qui nostre basilice multa bona contulit. Nam tregunam eius depingi fecit, in quo opere .Vm . auri florenos expendit. Tabulam depictam de manu Iocti super eiusdem basilice sacrosanctum altare donavit, que .VIIIc . auri florenos constitit. In paradyso eiusdem basilice de opere mosayco ystoriam quando Christus beatum Petrum apostolum in fluctibus ambulantem dextera, ne mergeretur, erexit, per manus eiusdem singularissimi pictoris fieri fecit, pro quo opere .IIm . et ducentos florenos persolvit, et multa alia que enumerare esset longissimum […] ac cofinos paramentorum […]

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.

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