Il mosaico della Madonna col bambino tra San Gennaro e Santa Restituta o della Madonna del Principio posto nell’abside della cappella di Santa Maria del Principio nella Basilica di Santa Restituta, oggi parte del Duomo di Napoli, vi colpirà per la sua raffinata bellezza e la perfetta esecuzione.
Basilica di Santa Restituta: mosaico della Madonna col bambino tra San Gennaro e Santa Restituta
Intorno a questo mosaico abbiamo diverse discussioni (come spesso avviene tra gli storici dell’arte) ma anche alcune ragionevoli certezze. Queste ultime comprendono la datazione tra il 1313 ed il 1322, la provenienza da Roma (almeno in termini di formazione artistica) di colui che lo concepì ed il committente, ovvero il capitolo del Duomo di Napoli.
Molto evidente è anche l’iconografia. La Vergine è assisa in trono con il grembo il Bambino benedicente. Con la sinistra tiene una croce su cui anche il Bambino poggia la sua mano sinistra. I loro sguardi corrono verso l’infinito volando al di sopra dei fedeli. Alla loro sinistra San Gennaro in abito vescovile e alla destra Santa Restituta.

L’iscrizione e la datazione del mosaico
Al di sotto del piedistallo dell’imponente trono una lunga iscrizione in latino disposta su due righe. Ovvero: Prima riga: “Sanctus Januarius. Lux Deus immensa, postquam descendit ad yma, annis trecentis, completis namque peractis, nobilis hoc templum sancta construissit Elena. Sancta Restituta. Hoc opus fecit Lellus de Urb..”. I nomi dei due santi sono posti al di sotto delle rispettive figure e del luogo di origine dell’autore del mosaico conosciamo solo le prime tre lettere (Urb..).
Seconda riga: “Silvestro grato papa donante beato, hoc bene quanta dat venia vix quisque loquatur, annis clerus instaurator Partenopensis mille tricentenis undenis bisque retensis”.
Ovvero (prima riga), oltre ai nomi dei santi rappresentati: “Trascorsi e passati trecento anni dal momento in cui Dio, luce immensa, scese sulla terra, la nobile santa Elena fece costruire questo tempio… Quest’opera fu realizzata da Lellus de Urb..”.
Seconda riga: “Consacrando, gradito, papa Silvestro (questo tempio), chiunque a stento riesce a dire quante indulgenze siano state concesse a buon fine, trascorsi mille trecentotredici anni il clero partenopeo restaurò”.
La Cappella di Santa Maria del Principio
Silvestro I fu pontefice dal 314 al 335 d.C., cioè durante il regno dell’imperatore Costantino. Dunque, in sintesi, l’iscrizione ricorda la costruzione dell’antica Basilica di Santa Stefania all’epoca dell’imperatore Costantino, poi divenuta Basilica di Santa Restituta ed infine inglobata nell’attuale duomo del quale è divenuta una (seppur assai ampia) cappella.
Più precisamente, il nostro mosaico si trova nella Cappella di Santa Maria del Principio, un luogo chiave nella storia del cristianesimo a Napoli. Infatti, se a Costantino fu dovuta la prima basilica di Napoli, egli fece anche erigere in quel complesso la Cappella di San Giovanni in Fonte (l’attuale battistero) e la Cappella della Madonna del Principio.
Proprio per l’importanza di questo luogo il capitolo del Duomo da un lato rivendica apertamente la committenza dell’opera e, dall’altro, fa si che la stessa sia quanto di meglio potesse procurarsi.
Per comprendere appieno l’importanza del luogo l’ultimo paragrafo di questo articolo riporta un passaggio del saggio della storica dell’arte Vinni Lucherini dal titolo “Il Chronicon di Santa Maria del Principio (1313 circa) e la messa in scena della liturgia nel cuore della Cattedrale di Napoli”.
Un mosaico regale
Non mi infilerò nella complessa vicenda della datazione dell’opera la quale – a seconda di come si interpreti il termine bisque presente nell’iscrizione – può essere fatta risalire al 1313 o al 1322. E’ un fatto rilevante dal punto di vista scientifico ma che in termini pratici non cambia la sostanza delle cose per chi si trovi ad ammirare l’opera visitando la basilica.
Per farla breve, i decenni tra la seconda metà del XIII secolo e gli inizi del XIV sono gli anni di Cimabue, di Pietro Cavallini e di Giotto. Mentre Dante fondava la lingua italiana, loro plasmavano i nuovi canoni

artistici della Penisola.
Roma e Firenze erano centrali in questo movimento e la tecnica del mosaico conosceva una nuova alba. Si usciva dai rigidi stilemi bizantini per tornare al mosaico classico (greco e romano) dove le immagini narrano il flusso di una storia e non la staticità di una situazione data. Per averne una percezione precisa vi basta fare pochi metri verso la navata destra della basilica. Nel Battistero di San Giovanni in Fonte è infatti ancora presente l’originale mosaico del IV secolo. Cliccando qui lo potete vedere Napoli: i mosaici all’antica del Battistero del Duomo.
Nel caso delle rappresentazioni più formali – come quello di una cappella mariana di una basilica così importante – il mondo bizantino sembra ancora molto presente ma, come vedremo, sono i particolari a fare la differenza.
Per quanto sto per dire, vi prego di tener presente che intorno al 1310 magister Petrus Cavallinus de Roma pictor è a Napoli dove dipinge eccome e, con ogni probabilità, non da solo ma con qualche allievo a dargli manforte.
Per approfondire la vita di Pietro Cavallini cliccate Pietro Cavallini: vita e opere
Lello da Orvieto: chi fu costui?
Di Lello da Orvieto non possediamo elementi biografici. In verità la figura di Lellus de Urbevetere (Orvieto, appunto) nasce da un’interpretazione dell’iscrizione che abbiamo letto prima. L’iscrizione si ferma però alle lettere Lellus de Urb.. che chiunque interpreterebbe semplicemente come de Urbe, cioè di Roma.
Anche in questo caso non vi annoierei con la disputa accademica sul nome del maestro al quale i cartoni di questo mosaico (o forse anche l’esecuzione in tutto o in parte) siano dovuti. A noi quello che interessa non è un nome senza una storia ma ciò che questo artista ha compiuto.
E allora dobbiamo andare a Santa Maria in Trastevere a Roma dove Pietro Cavallini realizza alla base dell’abside le sue magistrali Storie della Vergine che rappresentano la nuova alba dell’arte musiva. Qui, nell’abside, subito sopra il ciclo cavalliniano, c’è forse il più sfarzoso mosaico della Roma medievale voluto da papa Innocenzo II (1130-1143) un secolo e mezzo prima.
Vi troviamo al centro di una teoria di santi, il Cristo e la Vergine – in abiti regali – assisi su uno sfarzosissimo trono. Pietro Cavallini conosceva quel mosaico tessera per tessera e così tutti i suoi allievi come qualsiasi altro maestro romano di quegli anni.
Per approfondire la datazione del mosaico e la figura di Lello da Orvieto, cliccate Claudia D’Alberto Il mosaico di Santa Maria del Principio
Mosaico di Santa Maria del Principio: tra Roma e Bisanzio
Ed eccoci al nostro mosaico. C’è tutto l’oro di Bisanzio. C’è un trono formidabile ma – guarda un po’ – assai ben studiato nella prospettiva perché la profondità sta tornando prepotentemente alla ribalta anche nei mosaici.
La Vergine è un’imperatrice bizantina ma le pieghe delle sue vesti (come quelle del Bambino) non hanno nulla della immobile verticalità bizantina. Santa Restituta e San Gennaro sono disposti devotamente ai lati in una posizione certamente statica ma non sono frontali (allo spettatore) con lo sguardo verso l’orizzonte. Sono rivolti vero la Madonna ed il
Bambino. Li guardano con occhi umani.
Ecco che Bisanzio sta divenendo Roma.
A proposito della Città Eterna, se andrete a Santa Maria all’Aracoeli nel transetto di sinistre troverete il monumento funebre del Cardinale d’Acquasparta (Matteo Bentivegna d’Acquasparta 1240-1302).
Il modello è analogo a quello di Santa Restituta. Al centro la Madonna col Bambino tra San Matteo e San Francesco. Nello specifico, si tratta di un affresco e non di un mosaico. Mi permetto di osservare come non si tratti di una delle opere più felici del Cavallini. Non certo al livello del suo Giudizio Universale di Santa Cecilia in Trastevere.
I volti non hanno la forza e l’espressività dei soggetti migliori del Cavallini. Opera in parte di bottega? Probabilmente sì.
Secondo alcuni (ma a buona ragione) il volto del San Matteo di Roma ricorda quello del San Gennaro di Napoli. Ed il cerchio si chiuderebbe: che Lellus sia nato a Roma o ad Orvieto, in realtà, poco importa.
Il Chronicon di Santa Maria del Principio
Come anticipato, ecco quanto scritto da Vinni Lucherini circa Santa Maria del Principio:
“Non distante dalla Cappella di San Giovanni, continua il racconto, vi era una casetta o celletta, con un oratorio e un altare, nel quale erano vissuti Aspreno (il primo vescovo di Napoli, ndr) e la vecchia Candida (una donna miracolata da san Pietro durante il suo soggiorno napoletano): in quest’oratorio si recava spesso a pregare il papa Silvestro, insieme con l’imperatore (Costantino ndr), e vi celebrava i sacri riti. Spinto dalla devozione che nutriva per quel sacro altare, mosso dal desiderio che della sua presenza a Napoli e delle sue celebrazioni si conservasse memoria proprio in quel luogo, Silvestro decise di concedere indulgenze di durata perpetua a chiunque vi si recasse.
L’oratorio beneficiato da Silvestro corrispondeva, sempre secondo il Chronicon, ad una cappella dedicata a Santa Restituta allora già identificata con la cappella che tuttora si chiama Santa Maria del Principio («Oratorium enim et locus ille sanctus est, illud scilicet altare et locus intus Cappellam Sanctae Restitutae, ubi nunc Sancta Maria de Principio»). Questa cappella l’aveva fatta costruire in effetti proprio l’imperatore Costantino, per la devozione che aveva verso la beata vergine Restituta, e l’aveva poi donata al Capitolo della Chiesa napoletana, affidandola al suo governo e soprattutto a quello del cimiliarca, dei canonici sacerdoti e dei diaconi prebendati. Quanto poi alla dedica di quella stessa cappella a Santa Maria del Principio, questa deriverebbe, sempre secondo le parole del Chronicon, dal fatto che vi fu effigiata per la prima volta in Italia l’immagine della Vergine con il Bambino in grembo”.
Se siete a Napoli e volete approfondire l’opera di Pietro Cavallini, vi consiglio Pietro Cavallini: la Cappella Brancaccio a Napoli


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