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Uzbekistan: l’Avanguardia nel deserto alla Biennale di Venezia

La mostra Uzbekistan. L’Avanguardia nel deserto in occasione della Biennale di Venezia 2024 presenta per la prima volta al pubblico italiano e occidentale una pagina poco nota dell’arte della prima metà del XX sec.

Mette insieme, in un arco di tempo dalla fine dell’Ottocento al 1945, circa 100 opere provenienti dal Museo Nazionale di Tashkent e dal Museo Savitsky di Nukus, quello che la stampa internazionale ha ribattezzato il Louvre del deserto.

Il progetto espositivo, nella sede di Ca’ Foscari Esposizioni a Venezia, è promosso dalla Fondazione Uzbekistan Cultura ed è curato da Silvia Burini e Giuseppe Barbieri, direttori del Centro Studi sull’Arte Russa dell’Università Ca’ Foscari.

Ilya Mashkov mostra uzbekistan venezia
Ilya Mashkov – Natura Morta

Avanguardia nel deserto: una storia mai raccontata

È la prima esposizione nella storia a stabilire precise relazioni tra le due più importanti raccolte d’arte del Novecento presenti in Uzbekistan. Si tratta di un elemento fondamentale per comprendere la profondità di una vicenda artistica come questa, ma non è l’unica novità della mostra.

Finora si era pensato infatti alle opere e agli artisti anche più innovativi che lavorano in Centro Asia nel terzo e quarto decennio del Novecento come a una declinazione periferica della grande svolta operata nelle capitali russe dal 1898 al 1922 da una straordinaria generazione di artisti (Fal’k, Kandinskij, Ekster, Lentulov, Rodčenko ecc.).

Avanguardia Orientalis

Ciò che invece si potrà osservare è la genesi e il successivo sviluppo di una autentica scuola nazionale, una vera e propria Avanguardia Orientalis. Un risultato che è stato possibile ottenere affiancando la raccolta del Museo Nazionale di Tashkent (dove già all’inizio degli anni ’20 erano presenti testimonianze dell’Avanguardia Russa tra cui 4 opere di Kandinskij) con quella di Nukus.

Da una parte la ricezione di una matrice di grande modernità, che riprende e diffonde anche tutte le esperienze dell’Europa occidentale, dall’altra la sua trasformazione in un linguaggio originale, multietnico e interdisciplinare.

Il sottotitolo della mostra è La forma e il simbolo. Il primo termine rinvia all’influenza esercitata sulla pittura del Centro Asia dall’Avanguardia storica russa mediante le opere in parte inviate a Tashkent, in altra parte raccolte da Savickij a Nukus. Una selezione di segni di straordinaria qualità, mai usciti dall’Uzbekistan. Tra di essi Kandinskij, Lentulov, Maškov, Popova, Rodčenko, Rozanova protagonisti di uno scenario, quello della nascita dell’astrattismo, riconosciuto come uno dei fondamenti dell’arte mondiale del Novecento.

 

mostra uzbekistan biennale venezia Ivan Kliun
Ivan Kliun – Suprematismo. 1917

Un dialogo interculturale

A queste si aggiunge un’ampia selezione di opere dell’Avanguardia Orientalis. Sono l’esito di un dialogo culturale e artistico profondo. Da una parte le secolari tradizioni delle sete sfavillanti e la raffinata palette delle decorazioni architettoniche che riprendono i colori del cielo e degli scenari naturali, l’incedere degli animali e i suoni di una lunga vicenda musicale.

Dall’altra l’esigenza non più rinviabile di un codice pittorico nuovo, mai sperimentato nell’Oriente islamico. È proprio questo rapporto a conferire uno spessore simbolico alle opere esposte.

Si tratta inoltre di un dialogo interculturale, che mette insieme artisti uzbeki, kazaki, armeni, russi d’Oriente, siberiani, quasi tutti formatisi a Mosca e a Pietrogrado, ma tutti radicati in una terra che scoprono e in cui scelgono di vivere e lavorare. L’Avanguardia Orientalis è pertanto un’Avanguardia inclusiva, di confronto e collaborazioni, di incontri e di comuni ascendenze.

Pittura e Arti Applicate

È una storia che la mostra di Venezia ha scelto di declinare ponendo su un piano di pari dignità i segni pittorici e grafici e quelli delle arti applicate.

Ciò attraverso una selezione di manufatti tessili che da una parte rivelano insospettabili consonanze con le moderne frontiere dell’arte, e insieme trasmettono, dall’altra, un patrimonio culturale profondamente simbolico, legato ad antichi culti e a pratiche millenarie.

La rassegna di Ca’ Foscari è anche l’occasione per richiamare l’attenzione internazionale sulla figura e l’opera di Igor Savickij.

O.K. Tatevosyan La tenda della frutta
O.K. Tatevosyan – La tenda della frutta,1928

Igor Savickij

La leggendaria figura di Igor Savickij è la base del percorso, che ha tra i suoi obiettivi anche quello di far conoscere una personalità essenziale per preservare e tramandare molti aspetti, non solo dell’arte del XX sec., ma del complessivo Cultural Heritage dell’Uzbekistan.

A lui si deve, nel bel mezzo del deserto nel Karakalpakstan, nella parte nord-occidentale dell’Uzbekistan, la costituzione di una delle più grandi collezioni di arte d’Avanguardia russa nel mondo, seconda in termini di quantità solo a quella del Museo Russo di San Pietroburgo, e pressoché unica testimonianza di uno dei più importanti movimenti artistici della storia russa del XX sec.

Archeologo di formazione, pittore per diletto e talento, collezionista per felice ossessione, dalla fine degli anni ’50 e fino agli anni ’70 del ‘900 Savickij ha raccolto a Nukus migliaia di reperti archeologici e manufatti di artigianato e arte popolare della regione, affiancandoli ad altre molte migliaia di dipinti e grafiche provenienti dall’Uzbekistan e dall’Unione Sovietica. Una concezione attualissima di “museo sintetico”, che la mostra riprende e ragiona nel catalogo Electa, come pure nella disposizione delle opere e nell’originale allestimento multimediale veneziano.
Savickij ha viaggiato senza sosta per raccogliere migliaia di opere d’arte che nel frattempo erano ormai scomparse anche dall’orizzonte e dalla memoria degli studi. Le ha rintracciate negli atelier degli artisti o le ha acquistate da vedove ed eredi, nei “deserti” del rifiuto staliniano e post staliniano per la modernità dell’Avanguardia di inizio Novecento. Ha mantenuto al centro dei suoi interessi le opere degli artisti che avevano vissuto a lavorato nel Turkestan, dove lui stesso era stato evacuato negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Ha fatto rivivere nel deserto di Nukus le radici dell’arte moderna in Uzbekistan.

Gruppo Amaravella

A Savickij si deve anche la comprensione e la raccolta di un importante, e pressoché inedito, gruppo di opere, pittoriche e grafiche, del Gruppo Amaravella (il termine, sanscrito, di etimologia incerta, probabilmente relativo a “spazio in espansione”), impegnato, in un breve volgere di anni, tra 1923 e 1928, a tradurre visivamente, nel solco della lezione di Nikolaj Roerich, i nodi cruciali delle teorie cosmiste all’epoca diffuse nel mondo russo. Il Museo di Nukus è il principale contenitore (e tra i pochissimi al mondo) di opere del Gruppo esposte per la prima volta a Ca’ Foscari.

Uzbekistan: l’Avanguardia nel deserto. La forma e il simbolo

a cura di Silvia Burini e Giuseppe Barbieri
Ca’ Foscari Esposizioni a Venezia
Orari Martedì-Domenica: 10.00 -18.00, Lunedì chiuso – Ingresso libero

Arte Russa e dell’ex URSS – Approfondimenti

In questi ultimi anni diverse mostre si sono occupate di temi connessi con questa. Tra di esse:

Per la videointervista con Matteo Lafranconi clicca QUI

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