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Museo Archeologico di Napoli: la collezione degli affreschi

La collezione di affreschi romani del Museo Archeologico di Napoli affascina il visitatore fin dal primo momento. Gli scavi effettuati nel ‘700 hanno infatti raccolto gemme preziose dalle città vesuviane (Pompei e Ercolano in primis) travolte dall’eruzione del 79 d.C..

Gli affreschi del Museo Archeologico di Napoli: la scoperta

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Pompei – Menade e Amorino

E’ il 1738 e a Portici Carlo di Borbone (re di Napoli e Sicilia da tre anni) è intento a realizzare il suo palazzo. Ma gli scavi portano alla luce reperti archeologici. Così il re autorizza l’ingegnere spagnolo Roque Joaquín de Alcubierre ad impegnare quattro operai in ulteriori ricerche. Ciò che essi scopriranno è l’antica Ercolano romana.

Tra i resti vengono alla luce anche splendidi affreschi. Così, un anno dopo, Alcubierre realizza il primo distacco di un affresco dalla sua parete dando inizio alla collezione che oggi vediamo.

La tecnica del distacco prende piede e continuerà fino alla fine del secolo successivo. Oggi il nostro approccio è l’esatto opposto: mantenere gli affreschi in situ proteggendoli. All’epoca la scelta fu diversa ma aiutò a salvare un patrimonio inestimabile ed a renderlo ancora oggi fruibile.

I Borbone compresero perfettamente l’unicità del tesoro scoperto. Così, fin da subito, i reperti iniziarono ad affollare le sale del palazzo fino a divenire nel 1758 un vero e proprio museo: l’ Herculanense Museum, appunto.

Museo Archeologico di Napoli affreschi affascinanti

Pompei, Ercolano e ville site nei paraggi, Boscoreale e Boscotrecase, ad esempio, sono i siti di provenienza della collezione. Un patrimonio unico al mondo se si parli di affreschi di epoca romana che si dipana al secondo piano del museo nelle sale dalla 66 alla 78.

E’ importante anche notare come la collezione copra un intervallo temporale di oltre un secolo. Infatti, si va dai primi decenni del I secolo a.C. fino agli anni dell’eruzione (79 d.C.). Altrettanto

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Affreschi Corte Ellenistica -Asia

significativo è il fatto che siano presenti tutti i generi contemplati nell’arte romana dell’affresco. Dalle pareti monocrome arricchite da fregi, alle grandi architetture ed alle scenografie ricche di soluzioni trompe l’oeil. Dai paesaggi alle nature morte, dalle scene mitologiche ai ritratti.

In realtà, la tecnica dell’affresco si sviluppa a Roma proprio a cavallo tra il secondo ed il primo secolo a.C. In quel lasso di tempo, infatti, nelle case ai decori a stucco privi di figurazione si va sostituendo la pittura. Le domus si arricchiscono di una moltitudine di affreschi mentre se ne diversificano anche i temi.

Le diverse aree della casa, a seconda della loro funzione, vengono decorate in modo diverso. Nel corso dei decenni gli stili e i temi evolvono ma figure e colori irrompono definitivamente nella vita quotidiana delle classi agiate.

Parlare compiutamente della collezione di affreschi del Museo Archeologico di Napoli richiede un saggio monografico a sé. Per fortuna, quest’opera esiste e ve ne consiglio la lettura prima della visita. Infatti, “La Pittura Pompeiana” di Irene Bragantini e Valeria Sampaolo (Electa), analizza ogni opera della collezione attraverso una scheda specifica.

Qui di seguito, però, tra tanta bellezza, vorrei rivivere con voi quattro opere tanto famose quanto straordinarie.

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Villa di Boscoreale: la Corte Ellenistica

Dalla villa di Fannius Synistor a Boscoreale proviene questo grande affresco di oltre tre metri per due. Su uno sfondo rosso pompeiano, il lato destro dell’affresco ritrae due figure. Quella a destra di profilo rappresenterebbe l’Asia (o la regina Phila, madre del re macedone Antigono Gonata).

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Affresco Corte Ellenistica – Macedonia

Quella di sinistra, invece, la Macedonia, oppure Antigono Gonata stesso. Se si considerasse quest’ultima ipotesi, allora la figura in piedi nella parte sinistra dell’affresco – evidentemente un filosofo per l’iconografia che lo caratterizza – sarebbe Menedemo di Eretria, maestro di Antigono Gonata.

La qualità dell’affresco è assoluta e, secondo gli archeologi, si tratterebbe della copia di un originale greco databile tra il IV e il III secolo a.C..

Due osservazioni a contorno. La prima riguarda la similitudine di genere con la grandiosa rappresentazione della (clicca per articolo) Sala del Triclinio nella Villa dei Misteri di Pompei. Dovrebbero ambedue rappresentare esempi di quella che Vitruvio definiva una megalographia, termine abbastanza autoesplicativo.

Altra informazione utile è che l’affresco in origine situato nella parete di fronte rispetto a quello del quale stiamo parlando, è oggi al Metropolitan Museum di New York. Qui sono assai ben esposti e valorizzati diversi affreschi pompeiani di qualità assoluta. (Affreschi Romani Metropolitan Museum).

La scena di architettura

Nella LXVII Sala, di fronte alla Corte Ellenistica, troverete una delle più belle scene architettoniche del Museo Archeologico di Napoli.museo archeologico napoli affreschi

Anche qui le dimensioni sono rimarchevoli (altezza oltre i tre metri) e le foto non le rendono giustizia. E’ una scena caratterizzata da un’importante scorcio prospettico e da una numerosità di raffinati particolari.

A partire dalla scena di caccia dipinta sopra il portale, o dalle statuine che sorreggono la mensola sulla quale sono poggiate due maschere (una per lato rispetto al portale). Inoltre, alle spalle delle maschere, lo sguardo dello spettatore può spaziare in alto oltre il muro dell’edificio in cui il portale (chiuso) immetterebbe.

Casa dei Dioscuri a Pompei: coppia in volo

Passa circa un secolo. La solennità delle grandi (meravigliose) rappresentazioni si trasforma in dinamismo assoluto. Nello specifico, anche le dimensioni sono diverse: questa è una piccola vignetta museo archeologico napoli affreschi pompei casa dei dioscuri coppia in volo di 45 cm per lato.

E’ la famosa “Coppia in Volo” (per la verità, ne esistono due): un satiro cinge con il braccio sinistro una menade mentre ambedue volano su un fondo turchino che li libera nello spazio.

La veste della menade è un pezzo di bravura assoluta. Ha i toni del rosa, del bianco e del violetto. Il panneggio leggero è reso aereo dal volo per aprirsi come una vela sopra il capo della fanciulla.

Il satiro è nell’atto di iniziare un passo di danza mentre con il braccio destro sorregge una tela colma di frutti. I visi delle figure sono perfetti, come lo sono l’anatomia dei corpi e le dita di mani e piedi (notoriamente di difficile esecuzione).

Per inciso, non perdete nella sala LXXVII le quattro figure femminili provenienti dalla Villa di Arianna a Stabiae su fondi azzurri o smeraldo (Flora, Leda, Meda e Artemide). Anche in questo caso, gemme preziose.

Terentius Neo e sua moglie

Comprendo che si tratti di una scelta ovvia. E’, notoriamente, il ritratto più conosciuto dell’arte romana ma la sua bellezza è indiscutibile. E’ anche evidente come nel bacino del Mediterraneo si parlassero linguaggi artistici comuni di matrice ellenistica, basti pensare ai (clicca per l’articolo) ritratti del Fayyum.

Realizzato nella seconda metà del I secolo d.C., su questo doppio ritratto si è scritto di tutto e di più. Anche in relazione al fatto che Terentius, sicuramente in possesso dei mezzi per potersi permettere il lusso di un ritratto, era di mestiere fornaio e dunque scimmiottasse gli usi delle classi più elevate.

In realtà, Pompei ed Ercolano, ci raccontano di come il gusto per l’arte (o perlomeno per l’elevazione sociale…) non risiedesse solo nelle classi più agiate e colte ma fosse permeato verso un ambito più ampio.

Comunque sia, il povero Terentius Neo fu spesso oggetto di strali impietosi per la disparità esistente tra la raffinatezza dell’opera in se e la rusticità dei suoi tratti. Disse infatti di lui Amedeo Maiuri (archeologo e per decenni direttore del Museo Archeologico di Napoli): “…zotica faccia di villan di contado”. E così sia…

 

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.

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