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Friedrich Pacher e l’altare di Santa Caterina a Novacella

L’altare di Santa Caterina di Friedrich Pacher (Novacella 1440 – Brunico 1508) custodito nel museo dell’Abbazia di Novacella a due passi da Bressanone racconta un bello spaccato dell’arte sacra tardogotica in Tirolo, una regione alpina in una certa misura ai margini dei movimenti artistici della maggiori realtà europee ma comunque connessa ad esse.

Così, questa storia del martirio di Santa Caterina di Alessandria narrata in cinque scene distribuite tra il pannello centrale e le due portelle ci permette di comprendere bene cosa accadesse nella vallate alpine tra Italia ed Austria nella seconda metà del XV secolo.

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Il gioco antico dell’altare a portelle

Ma prima di parlare d’arte parliamo di Fede o, più esattamente, di riti liturgici. L’altare a portelle del quale parliamo, conservatosi nella sua interezza, ci svela infatti anche il suo funzionamento. A tal proposito va notato come le portelle siano dipinte, per dirla in modo colto, sia sul recto che sul verso.

Così, a seconda del giorno della settimana, il fedele osservava un altare diverso. Nel nostro caso, le scene rappresentate sono le seguenti:

  • portella sinistra lato esterno: Annunciazione (la Vergine seduta ad uno scrittoio)
  • portella destra lato esterno: Annunciazione (l’Angelo)
  • portella sinistra lato interno, scena superiore: Santa Caterina rifiuta di adorare gli idoli
  • portella sinistra lato interno, scena inferiore: Flagellazione di Santa Caterina
  • portella destra lato interno, scena superiore: Disputa di Santa Caterina con i sapienti pagani
  • portella destra lato interno, scena inferiore: Santa Caterina converte l’imperatrice Faustina
  • pannello centrale: Martirio di Santa Caterina e, sul fondo, sepoltura della santa sul Monte Sinai

In termini pratici, durante i giorni feriali l’altare rimaneva chiuso e il fedele poteva ammirare l’Annunciazione. La stessa situazione si ripresentava durante la Quaresima e l’Avvento. Nei giorni festivi invece l’altare era aperto ed i fedeli durante la liturgia ammiravano e potevano meditare sulla storia del Martirio di Santa Caterina d’Alessandria.

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Friedrich Pacher ed il tardogotico tirolese

Friedrich Pacher fu a bottega da Michael Pacher (1435-1498), il maestro più riconosciuto del XV secolo tirolese. Sul grado di parentela tra i due non abbiamo però certezze.

In line generale, gli elementi biografici di cui disponiamo sui due Pacher inducono ad una certa prudenza nel fare affermazioni perentorie. Sappiamo però che Michael fu a Padova e a Mantova entrando in contatto con l’opera del Mantegna e probabilmente in Nord Europa. Meno sappiamo di Friedrich che dovrebbe a sua volta aver visitato Ferrara e Venezia conoscendo l’opera di Carlo Crivelli. Certamente, Friedrich è più legato ai motivi tradizionali tirolesi di Michael che invece ebbe un forte ruolo di innovatore.

L’Altare di Santa Caterina d’Alessandria di Friedrich Pacher

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Portella Anteriore – Annunciazione

L’Altare di Santa Caterina dovrebbe essere stato dipinto tra il 1475 ed il 1478. In ogni caso è evidente come la pittura in Tirolo sia ancora legata ai motivi del gotico ed ancora lontana dalle innovazioni che in quegli anni scuotevano l’arte in Italia.

Ciò detto, non possiamo non apprezzare la maestria di Friedrich Pacher nella minuta gestione dei ricchi particolari. I broccati, le armature, le acconciature delle dame ma anche dei personaggi maschili. Seguono poi un modello preciso di (statica) eleganza le mani dalle lunghe dita affusolate. Infine, gustate con attenzione il paesaggio retrostante la scena del martirio della santa con la città turrita, il fiume dove navigano tra le onde numerosi vascelli e la campagna popolata da cavalieri ed animali che si perde verso l’orizzonte dove appaiono nuove città.

Una notazione anche per i visi di questo altare che sembrano spesso più caricaturali che assunti dalla realtà. Con i tratti quasi incisi sulla tela piuttosto che dipinti con il pennello ed i lunghi nasi alla Cyrano de Bergerac.

Il problema della prospettiva

Sappiamo come la ricerca di una resa della prospettiva sempre più fedele alla realtà sia stato un leit motiv della nostra pittura per altare santa caterina friedrich pacher novacelladiversi secoli trovando poi una sua codificazione scientifica nell’opera di Piero della Francesca (1416/17-1492).

Michael Pacher aveva affrontato questo argomento ineludibile guardando ai maestri italiani che aveva studiato a Padova e a Mantova e lo avrà poi certamente discusso e sperimentato a bottega con i suoi collaboratori.

Che ciò sia avvenuto lo testimoniano anche le scelte operate da Friedrich Pacher in questo altare dove alla prospettiva viene data certamente attenzione anche se con esiti altalenanti. Se nelle portelle tutto procede ordinatamente, sebbene la gestione della profondità sia affidata solo alle strutture architettoniche e non anche ai personaggi, qualche problema lo incontriamo invece nel pannello centrale dove, diciamolo, regna una certa confusione.

La scena è densa di personaggi, forse troppi. Sono evidenti i richiami a soluzioni

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d’oltralpe: guardate il personaggio che giace a terra nell’angolo in basso a destra chiaramente ispirato a Mantegna. Il tentativo di usare la posizione dei personaggi per creare prospettiva si ripete più volte: la figura a terra ai piedi della ruota dentata ed i due angeli che la stanno distruggendo. Tutte queste figure per le quali Pacher sceglie angolature che dovrebbero generare prospettiva in realtà (mi si passi) generano confusione.

Complice il fondo oro e il paesaggio alquanto bidimensionale, il risultato finale è che i personaggi risultano schiacciati verso la tela con buona pace della profondità e, per dirla tutta, l’eccessivo numero di personaggi e situazioni dipinte in uno spazio relativamente ristretto rende la scena di complessa interpretazione.

Tutto ciò detto, l’altare di Santa Caterina di Friedrich Pacher resta un bell’esempio del gotico tirolese e senz’altro uno dei pezzi da privilegiare nella visita all’Abbazia di Novacella.

Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.

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