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Simon Vouet: la Nascita della Vergine di San Francesco a Ripa

La Nascita della Vergine di Simon Vouet, custodita nella prima cappella a sinistra di San Francesco a Ripa a Trastevere, è una signora tela. Un’opera che ben dimostra le qualità di questo caravaggesco francese assurto a primo pittore di Luigi XIII ed anche nelle grazie del cardinale Richelieu.

Peccato che così com’è posizionata apprezzare le qualità della Nascita della Vergine richieda molta buona volontà. Illuminata male (però potete accendere una piantana Ikea posta provvidenzialmente nella cappella), appesa ben in alto non rende la vita semplice al visitatore.

Peccato, perché la qualità è di prim’ordine. Del resto, era stata commissionata a Vouet dal Cardinal Del Monte, mecenate a suo tempo di Caravaggio.

In un ‘600 romano (e non solo) dove – passatemi l’espressione – è sempre in agguato la tentazione di fare Presepe, di mettere in mostra grandi qualità tecniche ma di fermarsi ad un ruolo puramente ornamentale della tela, questa Nascita della Vergine sa trovare il giusto mezzo.

Simon Vouet Nascita della Vergine

Impeccabile la gestione della scena, superbi i particolari forse con un po’ di autocompiacimento per la propria bravura. Sovrabbondanti i panni bianchi che sono ovunque per dar luce e generare impatto visivo. Tavolozza ricca di colori superbi (azzurri, arancioni, ovviamente rossi) che si materializzano in panneggi di gran pennello. L’acconciatura elaborata dei capelli del personaggio di spalle ed il suo piede nudo in primo piano (ma non sporco, come quelli del Merisi), il vaso bianco a terra in contrasto al grande catino di rame, i merletti della camicia e il turbante della donna a destra. E la mano sinistra di quest’ultima (tipica posa caravaggesca) protesa aperta verso lo spettatore che dà un colpo di profondità alla scena.

Quanto Caravaggio c’è? Tanto. Ma in modalità che Caravaggio non avrebbe mai usato perché non era un pittore di presepi ma di cruda realtà.

Il caravaggismo accordato al decoro

Scrive benissimo Giuliano Briganti in proposto, e vi lascio con il suo pensiero certamente ben più tondo del mio, incoraggiandovi però ad andare a vedere l’opera dal vivo perché comunque San Francesco a Ripa non possiede solo questo tesoro:

“Gli stranieri che venivano a Roma in quel secondo decennio del Seicento, francesi, olandesi, fiamminghi, erano attratti soprattutto dal caravaggismo. Furono caravaggeschi infatti Nicola Tournier, Valentin de Boulogne, Nicolas Regnier e Claude Vignon, connazionali del Vouet, tutti, anno più anno meno, suoi coetanei e tutti piovuti a Roma pochissimo prima o pochissimo dopo l’anno in cui lui vi arrivò. Tra questi Valentin era il più dotato ed ebbe certamente rapporti con Vouet, tanto che gli antichi biografi attribuiscono ora all’uno ora all’altro la responsabilità di una reciproca influenza. E’ indubbio comunque che il Vouet, che aveva forse più esperienze del Valentin, fu fortemente attratto, nel suo primissimo tempo romano, dal mondo caravaggesco e dai suoi temi. E’ certo che subì fortemente il fascino di un approccio naturalistico con la realtà, il fascino di una pittura densamente intrisa di vita, una pittura, vorrei dire, di carne e di sangue. Fascino che lo segnò profondamente. Opere come La buona Ventura del museo di Ottawa o come Gli amanti della Galleria Pallavicini, purtroppo assenti dalla mostra, denotano un deciso avvicinamento al caravaggismo e ai suoi temi più familiari. Ma ben presto, pur restando fedele ad un modo di dipingere intensamente naturalistico e a una pittura di valori, mi sembra si possa dire che Vouet si allontani progressivamente dal caravaggismo più stretto, dal caravaggismo dei seguaci della manfrediana methodus, come erano il Regnier e il Tournier, come erano molti nordici, con i loro temi di corpi di guardia e di taverne con soldatacci e bari, per elaborare invece un suo stile più complesso, più colto più attento ai richiami classici. Soprattutto rivolto ad un diverso tipo di committenza. Ma non per questo meno forte, meno attento alla realtà… Un esempio evidente di questa sua tendenza aperta, è la bellissima Nascita della Vergine di San Francesco a Ripa (n. 7 del catalogo) databile presumibilmente fra il 1618 e il 1620. Il forte risalto delle figure così evidenti e vive contro il fondo scuro, la luce che piove dall’alto creando ombre nette e violente, il realismo sensuoso dei panneggi, quel piede nudo della donna di schiena rivolto con la pianta verso lo spettatore, sono certamente elementi di un caravaggismo corposo e sincero, ma è evidente altresì come il senso generale dell’opera volga verso una direzione diversa. La composizione, studiata con meditazione pensosa, è decisamente classica, vorrei dire raffaellesca: intorno al grande bacile rotondo di rame che occupa il centro del piano dove si svolge la scena, le quattro figure femminili, come per riprenderne il tema, si dispongono in un cerchio perfetto, armoniosamente, con un gestire studiato che accompagna l’andamento circolare del gruppo, un gestire che un caravaggesco si sarebbe ben guardato di conferire ai suoi personaggi. Un gestire che si può comporre, che nasce dalla mente, non dalla realtà. Anche la tenda rossa, che è in sé elemento tipico del repertorio caravaggesco sacro, ha qui un andamento regale, solenne, quasi teatrale. Un quadro, insomma, che già nel secondo decennio del Seicento, propone quel modo di deviare il caravaggismo verso l’historia, di accordarlo al decoro, che presto dominerà in molte parti d’Italia, ma con una nobiltà meditata, grandiosa, che fa presagire il futuro Vouet peintre du Roi. Anche l’allegoria de L’Intelletto, La Memoria e La Volontà dipinto per Marcello Sacchetti e ora alla Capitolina (N. 6 del catalogo), se nella seducente figura del fanciullo nudo, illuminato di sghembo, Vouet dimostra di essersi ricordato del San Giovanni di Caravaggio della Capitolina, che a sua volta riecheggia la posa di uno dei nudi michelangioleschi della Sistina, se le luci e i valori sono indubbiamente caravaggeschi, la composizione delle tre figure è invece di matrice classica, sembra ricordare uno dei pennacchi della loggia della Farnesina di Raffaello e precisamente quello con Amore e le Grazie. Marcello Sacchetti, del resto, che insieme a Cassiano del Pozzo aveva accolto Vouet poco dopo il suo arrivo a Roma, non era certo di parte caravaggesca”.

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Fabrizio Sciarretta

Laureato in Economia alla LUISS e Master in Business Administration della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Fabrizio Sciarretta ha dedicato i primi anni della sua attività professionale al giornalismo economico. Rientrato dagli Stati Uniti, ha operato per circa un ventennio nella consulenza di organizzazione e direzione aziendale, ricoprendo incarichi di top management in Italia per due multinazionali americane del settore. Ha poi scelto la strada dell’impresa e da alcuni anni è impegnato come imprenditore nel settore della sanità. E’ stato membro dell'esecutivo di ANISAP Lazio e consigliere d’amministrazione di reti e raggruppamenti d’imprese. Lion da sempre, è stato presidente fondatore del Lions Club Roma Quirinale. Nel 2008 ha abbandonato la Capitale in favore della Sabina, e non se ne è pentito affatto.